Il caso Nello stesso palazzo di Prato hanno sede società dell'ex designatore e di quello attuale: «Ma è tutto regolare» Il «Palazzo» si trova in via Alcide De Gasperi 41, quartiere i Lecci, lungo il fiume Bisenzio, a due passi da stadio e tribunale. Cemento e mattoni, qualche balcone con rampicanti, una corte post-moderna e un'infinità di attività commerciali. «È il palazzo degli affari degli arbitri» ha titolato il quotidiano economico Italia Oggi . Sfogliando il pubblico registro delle imprese, s'è scoperto che in quell'edificio e a quell'indirizzo ci sono un bel po' di società gestite da famosi direttori di gara e tra queste ce n'è una intestata al designatore della Can di A e B, Pierluigi Collina; andando avanti si scopre anche un'altra società, questa intestata a Paolo Bergamo, ex designatore ('99- 2006) ed ex assicuratore, rinviato a giudizio a Napoli per lo scandalo di Calciopoli. Il tutto è fiscalmente assistito dal commercialista Stefano Papi, ma anche guardalinee di serie A, indagato e poi prosciolto con formula piena da Calciopoli. Conflitto di interessi e cartellino giallo per i tre soggetti? «Assolutamente no risponde Pierluigi Collina ; tutto è stato fatto alla luce del sole e nel rispetto delle regole. Non esiste nessun Palazzo degli arbitri, solo un commercialista-arbitro che aiuta i suoi colleghi a redigere bilanci e a gestire la contabilità. Stimiamo Papi come professionista proprio perché lo conosciamo personalmente. La carriere di arbitro lui l'ha fatta con i propri meriti e se ha sbagliato ha pagato, come tutti gli altri». Da vedere se le spiegazioni di Collina saranno sufficienti a Carlo Tavecchio, presidente della Lega nazionale dilettanti e vice presidente vicario della Figc, infastidito dalla vicenda: «Gli interessati, Collina e Bergamo, dovranno dare spiegazioni. Se non saranno esaurienti, ci sono strumenti in federazione per fare delle verifiche». D'accordo, ma sia prudente anche Tavecchio nell'accomunare Collina e Bergamo: sono due pianeti professionali che nemmeno si sfiorano. Collina parla della categoria arbitrale come una grande famiglia, che si aiuta senza violare le regole quando può. «Venerdì prossimo spiega , il presidente dell'Aia Nicchi verserà alcuni contributi raccolti tra gli arbitri a favore dei direttori di gara abruzzesi colpiti dal terremoto. Ed è solo un esempio della solidarietà di questa categoria. È chiaro che se ho bisogno di un professionista e questo è un arbitro io sto più tranquillo, lo conosco, so di che pasta è fatto». Stefano Papi, l'assistente- commercialista, sorride con amarezza. E spiega: «Collina è diventato mio cliente nel 2001 quando ancora non era un designatore. E Paolo Bergamo mi chiese di diventare il suo commercialista nel 2003, quando io ero già in serie A e tale sono rimasto. Che cosa avrei dovuto fare, dirgli di no solo perché lui decideva gli arbitri della domenica? E dove sono i conflitti di interesse? Non ho mai accettato di avere un calciatore tra i miei clienti, ma di colleghi arbitri ne ho a decine: dai fischietti delle giovanili sino alla massima serie ». Papi non lo dice, ma i suoi amici di Prato giurano che l'etichetta di commercialista di Collina e di Bergamo (conosciutissima nella categoria), più che aiutarlo lo ha danneggiato. «Non è diventato internazionale dicono probabilmente perché i designatori temevano di essere accusati di favoritismi». Non mancano colleghi arbitri che la pensano in modo diverso. «Passi Collina, che è diventato designatore dicono a microfono spento quando era già suo cliente. Ma a Paolo Bergamo, Stefano doveva dire di no. Il capo deve mantenere una certa distanza ed è bene non compiacerlo troppo. Anche quando si parla di pallone». Ma dire di no al capo, si sa, non è mai facile... Marco Gasperetti