«Una città più piccola contornata da venti periferie», «una L'Aquila-land per turisti del terremoto». Questo è il terribile futuro annunciato in «Non si uccide così anche una città?», uno studio redatto dal Comitatus aquilanus, collettivo di urbanisti, architetti, demografi e geologi, coordinato dall'architetto Georg Frisch e animato da Vezio De Lucia. Il documento - che parte dalla storia urbanistica della città e arriva a tracciare un primo bilancio socio-urbanistico del dopoterremoto - critica la gestione della «ricostruzione» a partire dall'abbandono a se stesso del centro storico e dal progetto delle 20 new town di governo e Protezione civile: «Il progetto C.a.s.e. riduce l'urbanistica all'edilizia, la complessità della città alla banalità della palazzina, che non governa minimamente la forma della città, ma invece incentiva la crescita urbana incontrollata», afferma il documento, che denuncia come «l'accento sia posto tutto sulla casa, sul bisogno individuale contro i valori sociali». Ma la critica al progetto C.a.s.e. è anche economica, «perché ricostruire il centro storico aquilano, come prima e dove prima, costerebbe 380 milioni di euro. Meno di quanto si spenderà per alloggiare i 7mila sfollati del centro all'interno delle palazzine del progetto C.a.s.e. (440 milioni di euro sui 700 complessivi delle «casette berlusconiane»). Lo studio «Non si uccide così anche una città?» è stato presentato lunedì pomeriggio a L'Aquila nel corso di un convegno organizzato dai Comitati cittadini che in questi mesi si sono mobilitati per «una ricostruzione dal basso». Il testo è leggibile integralmente sul sito www.eddyburg.it