Quando c'è da parlar di soldi nel mondo dei violini e dei tenori sopraggiunge, a chi la organizza e ci vive, un ceno malessere, una sona di ansia profonda e persistente di chi sta sulle spine per un futuro quanto mai incerto. D'altronde, non è un caso se, per l'innalzamento del tetto pensionistico degli artisti delle fondazioni lirico-sinfoniche, oggi scioperano alla Scala, facendo saltare la «prima» di una Carmen e del Pipistrello, e martedì al Maggio fiorentino rinviando la prima di un bel dittico di Luigi Dallapiccola. Perché ai quattrini e alla presenza dell'intervento pubblico, in primo luogo statale, è legata la sopravvivenza stessa di una forma d'arte che, nelle 13 fondazioni, nel 2002 ha richiamato 2 milioni e 300 mila spettatori. Un dato stabile, ma c'era anche un deficit globale prossimo ai 36 milioni di euro e superiore a quello del 2001. «Ma non è la conseguenza di cattiva gestione», puntualizza in una nota Walter Vergnano, presidente dell'associazione delle fondazioni lirico-sinfoniche (e sovrintendente del Regio di Torino). È la conseguenza, sostiene, prima di tutto del «taglio del Fondo unico dello spettacolo dei 3,31 nel 2002, anno terribilis per le fondazioni, rispetto al 2001». E quei 35 milioni e 928 milioni di euro mancanti, asserisce Vergnano, sono una cifra «di molto inferiore alla riduzione dei contributi statali di questi anni». Di questo malessere si farà portavoce il convegno che l'Anfols ha organizzato per oggi a Roma richiamando sovrintendenti, economisti, critici musicali nella sede dell'Agis in via di Villa Patrizi 10. Un appuntamento che sì avvale di uno studio approfondito dell'economista Alessandro Leon dell'Associazione per l'economia della cultura sul «costo del melodramma», ricerca che, invoca Vergnano, deve annichilire chi parla di «carrozzoni» dei teatri musicali ed evoca scenari catastrofici. Anche perché, sostiene il sovrintendente, dal 2001 al 2002 il totale delle recite è passato da 2.778 a 3.005, con un aumento dell'8,17 dell'offerta musicale. Di sicuro verrà chiamato in causa il ministro per i Beni e le attività culturali Giuliano Urbani, visto che a usare parlare di «sopravvivenza» è Vergnano stesso, il quale dice: lo Stato (ovvero la sua rappresentanza politica) scelga che ruolo vuole avere «per garantire la sopravvivenza e lo sviluppo delle fondazioni liriche affinchè continuino a restare un modello di riferimento per gli amanti dell'opera e dei teatri di tutto il mondo». E il ministro, se negli ultimi mesi ha manifestato una certa disponibilità a interloquire (ma non due giorni fa con rappresentanze sindacali), per ben due anni e mezzo del suo mandato ha brillato per assenza e impossibilità di vero confronto con chi fa lirica e sinfonica. A proposito: tra i tanti dati che Leon si prepara a snocciolare quelli sui ricavi delle fondazioni, inclusi i contributi pubblici, faranno parlare. Eccovi la classifica del 2002: la Scala 96 milioni 616 mila euro, l'Opera di Roma 54,385, l'Arena di Verona 52,896, il Massimo di Palermo 43,572, il Maggio 38,083, il San Carlo di Napoli 36,280, il Regio di Torino 33,262, Cagliari 31,034, la Fenice di Venezia 29,509, Bologna 28,972, Santa Cecilia 27,004, Genova 26,184, infine Trieste con 25,932. Freddi anonimi numeri? State certi che, a fronte di qualità e produttività, vedere ad esempio quanto riceve il Massimo (anche se gode dei soldi di una Regione a statuto speciale) rispetto a teatri assai più validi riscalderà più di un animo.
I teatri musicali: E' in gioco la sopravvivenza, lo Stato non resti a guardare
Le fondazioni lirico-sinfoniche italiane sono in crisi finanziaria, con un deficit globale di 36 milioni di euro. Il presidente dell'associazione delle fondazioni, Walter Vergnano, attribuisce la causa principale al taglio del Fondo unico dello spettacolo del 2002, che ha ridotto i contributi statali. Vergnano richiama un convegno a Roma per discutere della situazione e dell'impatto del taglio del Fondo unico. L'economista Alessandro Leon ha condotto uno studio sul costo del melodramma, che potrebbe aiutare a dimostrare che il taglio del Fondo unico non è stato sufficiente a coprire le spese delle fondazioni.
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