Così non funziona: quello che manca, soprattutto, è il concetto di sostenibilità economica, un approccio che il ministero dei Beni culturali non ha mai affrontato. Lo dimostrano anche le ultime gare bandite recentemente per Ostia o anche per i musei civici di Venezia: una procedura di affidamento dei servizi, quest'ultima, che, secondo Confcultura (l'associazione presieduta da Patrizia Asproni che riunisce la maggior parte dei concessionari italiani di servizi museali) presenta numerosi profili di illegittimità. Come la stessa Asproni ha sottolineato in una lettera inviata a luglio all'Autorità di vigilanza sui contratti pubblici e all'Antitrust. In particolare si contesta il fatto che per Venezia ci siano tre affidamenti separati: uno, in appalto, per la gestione della biglietteria e altri servizi; un altro in concessione per il bookshop e un terzo, sempre in concessione, per le caffetterie. «Sproporzionati» vengono poi definiti i requisiti richiesti, tali da «determinare un fortissimo restringimento della platea dei potenziali partecipanti». Il risultato dei bando di Venezia è che sia per il bookshop sia per il catering c'è stata una sola offerta. E se una sola impresa si presenta vuoi dire che la gara è stata un «fallimento» sostiene Patrizia Asproni. E aggiunge: «L'integrazione dei servizi è fondamentale, non si può lavorare a compartimenti stagni, gestire solo un pezzetto. Se prendi il bookshop e magari vuoi mettere una guida alla biglietteria devi pagare. E ancora: spesso le audioguide, i cui contenuti sono strettamente legati all'editoria, vengono affidate a parte (a Pompei è stata fatta una gara solo per queste). Poi devo dire che certi valori indicati negli appalti sono davvero troppo alti». Ma il discorso in realtà è più ampio e investe direttamente il fatto che in Italia i beni culturali hanno bisogno di investimenti che ne consentano una maggiore fruibilità e minori costi digestione. «Noi vogliamo fare progetti di valorizzazione economica del museo spiega la presidente di Confcultura non essere semplici destinatari di appalti o concessioni, vogliamo mettere a reddito queste risorse, nel senso migliore del termine. I privati hanno le competenze per farlo e la voglia di investire. Questo per impone di prendere in considerazione una logica di sostenibilità economica e di partnership. Non ha senso, come è avvenuto in passato, che un'impresa si aggiudichi una gara offrendo il 40 di royalties quando poi in assenza di profitti questo 40 diventa uguale a zero». Il concetto di valorizzazione, peraltro, non è sconosciuto alla pubblica amministrazione: è già stato utilizzato dal Demanio, per esempio nel 2008 nel caso di Villa Tolomei, dimora storica vicina a Firenze, affidata in concessione per 50 anni in base a un progetto che prevede la costruzione di un resort a 5 stelle, con l'impegno al rispetto di tutti i dettami della tutela e della conservazione. Viste le dimensioni dell'investimento il Demanio per cinque anni non chiederà l'affitto. Un altro problema è il prezzo dei biglietti, che è imposto dallo Stato. «Anche noi vorremmo metterci il naso sostiene Asproni . Se per esempio volessi ridurre il prezzo dei biglietti al martedì, perché non dovrei farlo? Lo Stato può mettere delle linee guida per evitare eccessi, a che se un'impresa non farà mai qualcosa che la danneggia. E poi, comunque, il controllo resta sempre in mano pubblica, i contratti prevedono tante di quelle clausole di salvaguardia per lo Stato!». Per migliorare le cose non c'è bisogno di grandi cambiamenti: «Basta fare un decreto o un disegno di legge che dica: queste sono le regole. Se si mettono insieme il Codice dei culturali e il Codice degli appalti è già tutto scritto». Il problema dei privati nei musei è oggi particolarmente urgente perché quasi tutte le concessioni sono in scadenza. Non solo. Su 450 musei statali in Italia soltanto 198 sono stati affidati ai privati e alle condizioni attuali le richieste di rinnovo scarseggiano, tanto che qualche gara è già andata deserta. Eppure la valorizzazione dei beni culturali è sempre più importante, non solo per il turismo ma per tutta l'economia italiana. Patrizia Asproni non ha dubbi: «Siamo in un momento cruciale dice quello che si decide oggi è il destino del paese».