È grazie a Presa diretta di Riccardo Iacona, e a pochi altri programmi analoghi, se la Rai si può ancora considerare un servizio pubblico. La puntata di domenica sera ha reso l'amaro, ma provvidenziale, servizio di una viva constatazione del devastante stato di abbandono in cui versa il patrimonio archeologico ed artistico nazionale. L'unica cosa sbagliata era il titolo: «Oro buttato». Il disastro attuale è in gran parte figlio del fortunatissimo luogo comune che vede nei beni culturali «l'oro» o «il petrolio d'Italia». Esso ha ingenerato la convinzione che attraverso un'oculata «valorizzazione » (eufemismo che sta per «sfruttamento») il patrimonio culturale possa e debba essere messo a reddito. La nomina dell'amministratore delegato di MacDonald's Italia al vertice del ministero per i Beni e le attività culturali non è che la manifestazione più eclatante di questo clamoroso, e non disinteressato, equivoco. Come ben sanno i direttori dei grandi musei americani (sempre citati a sproposito come dimostrazioni del teorema del «petrolio»), la rendita prodotta dalle opere d'arte non è economica, ma intellettuale e culturale. Quei musei, infatti, non incrementano ma piuttosto «consumano » i frutti dei grandi patrimoni finanzari e immobiliari che li sostengono, e lo fanno per produrre «cultura», non dividendi monetizzabili. Essi sono stati fondati proprio per «redimere», grazie alla loro missione alta, le inevitabili bassezze legate alla genesi di quei patrimoni: un'idea fondante anche per tutta la nostra lunghissima tradizione di mecenatismo, dal Medioevo ad oggi. Ciò che la classe politica italiana dovrebbe comprendere è che tenere aperto il Museo di Baia o mantenere decorosamente il parco della Reggia di Caserta non potrà mai diventare un business. Esattamente come non lo è tenere aperte le scuole o far funzionare gli ospedali. Ovunque, ma a maggior ragione in Italia, la conservazione e l'accessibilità del patrimonio culturale sono condizioni essenziali per la perpetuazione dell'identità e della solidarietà nazionali. In parole povere, ciò che buttiamo non è l'oro, ma qualcosa di assai più prezioso: la nostra civiltà. Sarebbe però ipocrita non riconoscere che le prime vittime di questa degenerazione intellettuale sono proprio coloro che dovrebbero invece funzionare da antidoto: gli storici dell'arte. Forse qualcuno tra gli spettatori avrà pensato al contrasto tra lo sfascio dei siti monumentali ripresi dalla trasmissione e il trionfo di opulenza che contraddistingue l'unica manifestazione attraverso la quale gli storici dell'arte parlano quotidianamente al Paese: le mostre. Come si può pretendere che i politici e l'opinione pubblica apprezzino l'umile dignità della manutenzione, se la gran parte del denaro e dell'impegno intellettuale è diretta all'effimera gloria delle mostre? È proprio per questo che il cardinale Sepe convince quando vuole aperte le chiese di Napoli, mentre lascia perplessi quando investe sul dubbio «evento» delle mostre michelangiolesche a Donnaregina. Ed è ancora per questo che la dichiarazione della nuova soprintendente di Napoli, Lorenza Mochi Onori, di voler «puntare molto sulle mostre» rischia di alimentare (certo preterintenzionalmente) proprio quella deriva così ben denunciata da Presa diretta. Professore associato di Storia dell'arte moderna Università Federico II