Pubblichiamo l'intervento di Cesare De Michelis che uscirà dopodomani su NordestEuropa L a metropoli veneta si candida a diventare capitale europea della cultura, mentre continuiamo a interrogarci sul futuro di Venezia, che della cultura europea è stata davvero nei secoli inequivocabilmente «capitale». Da un lato, dunque, la candidatura si propone di andare oltre lo stato di fatto - dalla città insulare alla metropoli regionale - , dall'altro denuncia la crisi irreversibile del centro lagunare, la sua definitiva marginalità nella scena attuale, nonostante gli annunci di rinascita che hanno entusiasmato i protagonisti di un'estate ricca di eventi inaugurali e di eccezionali esposizioni d'arte contemporanea sulle quali si è concentrata l'attenzione della stampa internazionale. Il «rinascimento» veneziano c'è stato davvero: dalla Biennale alla Punta della Dogana, dal museo Vedova alle decine di mostre un po' ovunque - nelle isole, in ogni sestiere - , scoprendo siti e sedi dimenticate o perdute, né vale la pena perdere tempo a segnalarne inevitabili e marginali contraddizioni o debolezze. Ciò nonostante i segnali di crisi del centro storico restano numerosi e preoccupanti: i residenti scendono quotidianamente di numero, ormai ridotti a meno di sessantamila; il turismo appare come un'onda che sommerge ogni cosa mentre la sua redditività si impoverisce e la sua voracità cresce, né c'è segno di miglioramento della qualità dei visitatori; il sistema dei trasporti che lega la città alla terraferma è sempre lo stesso, lento e costoso ogni giorno di più, se non altro perché altrove diventa più economico e rapido; il sogno universitario si è trasformato in un piccolo incubo, dove la qualità scarseggia e la presenza studentesca cresce restando priva di accoglienza, di assistenza e di servizi, cosicché si moltiplicano i pendolari senza ridare vita al tessuto urbano, se non con la distribuzione di bibite, panini, pizze o kebab; le «altre» attività latitano o declinano e trovano più generosa ospitalità in terraferma, dove invece ferve una rinnovata progettazione immobiliare decisa a trasformare Mestre dalle radici e a farla «crescere» con veri e propri grattacieli. La capitale che c'era svanisce, ma un'altra se ne annuncia su scala metropolitana, addirittura regionale: o troppo o troppo poco. Messa così la questione non mi piace, ha tutta l'aria di una fuga in avanti, con il risultato di non confrontarsi con la realtà del presente. Forse, però, non è necessario metterla così, in un'alternativa senza mediazioni, forse si può e si deve immaginare un percorso che dalla gloria passata della Serenissima conduca a un futuro non meno luminoso senza soluzione di continuità, senza strappi, anzi recuperando tutto quello che c'è da recuperare, innovando, invece, dov'è necessario e persino urgente cambiare. La costruzione della metropoli è la grande sfida che dobbiamo affrontare procedendo con prudenza e determinazione, riannodando le fila lì dove intanto la storia le ha sciolte o strappate, riducendo le distanze e rimuovendo gli ostacoli che producono separatezza ed emarginazione, progressivamente integrando le strutture urbane, la geografia del territorio, la vita delle comunità e la loro cultura. Certo il disegno deve essere «grande », perché è difficile trovare segni di discontinuità lungo l'asse che corre da est a ovest parallelo alla ferrovia e all'autostrada, ma i processi di integrazione, tanto più quelli culturali, hanno bisogno del tempo per radicarsi e maturare, di più tempo certo di quello necessario a unificare il sistema dei trasporti o la viabilità. La capitale europea della cultura che si può immaginare nella metropoli veneta deve ben bilanciare le polarità presenti al suo interno - Venezia e Verona sopra di tutte - e quindi prestare attenzione speciale al polo orientale, in questo momento particolarmente ricco di contraddizioni e difficoltà, ben maggiori di quelle che toccano il polo occidentale, con la coscienza che senza Venezia, o con una Venezia emarginata e svuotata, non esiste metropoli che possa affacciarsi sull'Adriatico. Restituire la vita alla città insulare è la principale questione che il Veneto nel suo insieme deve affrontare, sottraendo la città a chi intanto non è riuscito a integrarla nel territorio al quale lei da sempre appartiene.