C'è 'qualcosa' che non riusciamo proprio a "capire", anzi che ci "sfugge", nei rapporti tra gli Enti Locali, in quel 'garbuglio', apparentemente inestricabile, di scappatoie, trovate, espedienti, rivalità, sovrapposizioni, scambi di ruolo, che da un po' di tempo sembra come "cingere d'assedio" Palazzo Marino. Partiamo dalla più "banale" delle constatazioni. Non si può certo dire che il Comune o la Provincia di Milano abbiano messo i "bastoni tra le ruote" in questi anni a Salvatore Ligresti. Che il costruttore si lamenti di "lungaggini", su cui "non dubitiamo", fa, però, davvero sorridere, così come l'affermazione, che si ascrive allo stesso Ligresti, che "sarebbe più facile lavorare con le amministrazioni rosse". A Firenze, in effetti, con la speculazione edilizia non ci sono mai andati tanto per il "sottile", ma Milano è una città di "taglia" completamente diversa, e, sia come sia, a qualsiasi cittadino animato da normale "buon senso" sembra già trasformata in un cantiere a cielo aperto. Riporto la mia personale esperienza. Come non mi capitava più da tempo, ho cercato domenica mattina di muovermi in città in macchina. E ho trovato quasi ovunque "colonne" di auto assolutamente "simili" a quelle dei giorni "feriali". Da un lato, sicuramente c'è l'abitudine di far la spesa nei giorni festivi, in virtù delle aperture dei supermercati e dei punti vendita di grande distribuzione, contribuisce a gonfiare di traffico le strade anche in orari inusuali. Ma questa sorta di "bollino rosso" è determinato anzitutto dagli 'scavi' che stanno modificando la viabilità del centro abitato, e che corrispondono anche a una profonda, violenta mutazione del profilo architettonico della città. Lo skyline di Milano è stato letteralmente "stravolto" da cinque anni a questa parte. E subirà ulteriori variazioni (anche più sensibili di quelle già completate) da qui al 2015. Di questi "cambiamenti" non sentiva il bisogno la cittadinanza, né il mondo del commercio e tanto meno quello delle professioni. Le nuove costruzioni ottemperano in minima parte alla richiesta di appartamenti e rispondono, in realtà, alle "esclusive" necessità dei costruttori. "Le mani sulla città", si chiamava un celebre film neorealista che documentava il fenomeno della speculazione edilizia in una città del Sud. A me, mentre m'immergo nel nuovo sottopasso tangente Stazione Garibaldi, e che si chiude, spero provvisoriamente, con una curva a gomito pericolosissima, sembra che per Milano oggi si possa applicare quel motto inventato da Baudelaire davanti alla visione dei quartieri parigini "sventrati" per far posto ai boulevard voluti dal barone Haussmann: "Una città cambia più velocemente del cuore di un uomo". Se dunque esiste 'qualcuno' che esercita "pressioni" sull'amministrazione comunale per ottenere il "semaforo verde" ai propri progetti, aprendo così l'ennesimo cantiere, è bene che a 'Palazzo Marino' qualcuno inizi a pensarla in maniera diversa. E il 'mistero' della "cimice" piazzata nell'ufficio del direttore generale del Comune, che a detta dei "bene informati" s'intreccia con la questione delle "lungaggini", è una spia d'allarme da non "sottovalutare" (sempre che non si tratti di un'intercettazione ambientale ordinata dalla Procura, il che sarebbe, comunque, "preoccupante"). Di contro, registriamo un salutare 'stop' posto dalla Giunta alla possibilità di costruire in alcune zone della città. Il "Piano Casa" della Regione, che promette di seminare "disastri" nel territorio, imbruttendo e ingrigendo ulteriormente l'hinterland e la Brianza, divorando aree preziose di 'verde', e combinando "sfaceli" in tutte quelle aree dove, da sempre, le amministrazioni comunali sono assoggettate al "volere" dei costruttori "locali" (faccio due esempi che conosco direttamente e che gridano allo "scandalo": il ramo di Lecco del Lago di Como e la Valtellina), finalmente viene, in parte, "arginato". Ci piacerebbe in tal senso che l'opposizione impugnasse la battaglia contro la proliferazione dei cantieri e ne facesse il proprio "vessillo". Ma lo stato di cadaverica sopravvivenza a cui in città è ridotto il 'PD', con Martina e Majorino impegnati a raccogliere "consenso" intorno ai "candidati" alla segreteria nazionale, e incapaci di "incidere", in alcun modo, sulla vita della città, chiede che siano le 'voci' della società civile a farsi sentire contro questa nuova, evidente, ondata di speculazione immobiliare. "Costruiremo attorno alle fermate della metropolitana" - ha dichiarato, ultimamente, Masseroli, assessore comunale allo Sviluppo del Territorio. È già "un passo avanti": così eviteremo l'errore commesso a Roma, dove per "decenni" si è proceduto ad allungare ad infinitum la periferia. Col "risultato" che oggi il Comune della capitale arriva sino a Ottavia, ossia a circa 25 chilometri dal centro cittadino, quanto andare da Piazza Duomo a Lodi o a Meda. E soprattutto non si è pensato, minimamente, a fornire i nuovi quartieri di "mezzi pubblici". A Roma come a Milano, la mancanza di collegamenti con il centro città è stata a lungo una leva efficace per mantenere l'esclusività degli insediamenti più recenti: penso a Milano 2, Milano 3, Arese, Cusago. Piccoli 'enclave' privi di molti servizi minimi fondamentali, "autosufficienti" soltanto per coloro che posseggono considerevoli mezzi economici. C'è tutto, ma lo si paga molto più caro che altrove. E se non hai la macchina, è come essere agli arresti domiciliari. Ma non basta costruire vicino a una stazione del treno o del metrò per attirare la gente: il clamoroso 'flop' di Santa Giulia, e l'appeal molto limitato che mantiene la Bicocca (con prezzi più bassi della Bovisa) dimostrano che non sono solo i 'trasporti' a "farti sentire" in città, ma è anche quello che "vedi" (o non) attorno a te. Se "nulla" assomiglia alla "città", come sei abituato a pensarla e viverla, con negozi, bar, ristoranti, cinema, locali per sentire musica, non serviranno, più di tanto, né le aree verdi né il prestigio del "contesto" abitativo. Iniziamo, dunque, a ripensare radicalmente il tema dell'urbanistica, in via e forma più "diretta", riappropriamocene, facciamo in modo che non siano sempre architetti e politicanti ad impiegare una, spesso sottointesa, "delega". Gli uni come gli altri, infatti, sono " legati", a doppio nodo, agli "interessi" dei costruttori. Fa un certo "effetto", ad esempio, vedere che in questo momento esiste una frizione tra Letizia Moratti e il nuovo presidente (anche 'architetto') della Provincia di Milano, Podestà. Attrito che, per certi versi, è anche più "sensibile" di quella sussistente con il presidente uscente (di colore politico opposto) Penati. Può darsi anche che la "faida" che si sta consumando all'interno di Palazzo Marino abbia origini più complesse, ma ci sembra insomma che alla base di "tutto" ci sia ancora una volta il 'mattone'. E i Milanesi non necessariamente vogliono dell'altro cemento armato. Il "compito" di un amministratore pubblico, e ci rivolgiamo non solo a Letizia Moratti, ma anche, o soprattutto, a Podestà e Formigoni, è "governare il cambiamento del territorio", non modificarlo a "proprio piacimento", favorendo questa o quella consorteria. E Salvatore Ligresti apra pure i suoi nuovi cantieri a Firenze: Milano non ha bisogno di altre costruzioni.
www.milanoweb.com
29 Settembre 2009
MILANO - LA GUERRA DEL MATTONE - Il dibattito sul "Piano Casa" della Regione si incrocia con il tema sullo sviluppo della città
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