RECUPERI. ERA PROPRIETÀ DEI FLORIO I video racconteranno la vita dei vecchi «tonnaroti» «Io lavoravo qui, il boia dei tonni sono», dice Salvatore. Poi bacia il coltello. «Questo è benedetto, gli voglio bene come a un figlio. Ce l'ho da 35 anni: tutti me lo volevano rubare ma io lo mettevo qua, sotto la cintura, tipo pistola». Il «boia dei tonni» è uno dei lavoratori della vecchia tonnara Florio di Favignana, nelle isole Egadi, un tempo la più grande del Mediterraneo, inaugurata dopo sei anni di restauro. Non sarà più il luogo dei tonnaroti, ma uno spazio museale e per attività culturali. La sala Torino, primo nucleo dello stabilimento, costruito a partire dal 1874, adesso ospita una video istallazione, curata da Renato Alongi, con 18 grandi schermi su cui vengono proiettati i video delle interviste agli anziani operai della tonnara. Ogni schermo ripropone una testimonianza. Salvatore entrò in tonnara a 12 anni come operaio alla fornace; ma, «cresciuto in mano di un macellaio», lo misero a tagliare il tonno a terra. «Ma io non ero contento - dice -, volevo tagliare le teste. E alla fine, modestia a parte, mi c'hanno messo». «Il mio lavoro era sempre con la testa là, al tonno», spiega Maria, 83 anni. «A 13 anni sono entrata. Un freddo quel giorno. E pensare che mia zia mi aveva dato anche la mantellina. Ma poi, in 40 anni, mi sono sempre sentita a casa mia. C'era un profumo quando s'accendevano quelle fornaci; ma un profumo per tutto il paese. E ora non c'è più. Il tonno era il lavoro di Favignana». Invece del coltello, lei ha portato il ventaglio e si lamenta della luce di scena diretta in faccia, che, oltre a fare caldo, non le fa vedere niente. «Sono morti tutti quelli che lavoravano con me e adesso ho trovato tutto nuovo. Mah...». Le porte della tonnara costruita dai Florio, la famiglia di imprenditori che oltre un secolo fa diede lustro all'industria siciliana, si sono riaperte ieri sera, alla presenza del presidente della Regione Raffaele Lombardo. Nell'antica struttura ora sono stati ricavati spazi museali, una sala conferenze da 400 posti e una foresteria. Un documentario dell'Istituto Luce, accompagnato dal sax di Gianni Gebbia, ha rievocato il «tempu di tunni», il periodo di maggiore attività dell'impianto, documentato in un pregiato libro di fotografie che raffigura i vari passaggi della mattanza, dalla la camera della morte, quando il mare si colorava di sangue, alla sala dell'olio, dove le scatole di latta venivano riempite. Il progetto di restauro è degli architetti Stefano Biondo e Paola Misuraca, della sovrintendenza di Trapani. Il lavoro è stato finanziato con i fondi del Por 2000-2006, per un importo di circa 14 milioni e mezzo di euro.