Da Parigi a Pechino, i progetti degli architetti per le metropoli Boeri: scommettere sulla sostenibilità. Bellini: meglio l'estero Che cos'hanno in comune il ministero degli Interni georgiano, il futuro polo mediterraneo di Marsiglia e il centro direzionale della Deutsche Bank a Francoforte? Non la politica, né la finanza. Ma le radici culturali e la scuola di creatività. Milano, Italia. «Le nostre migliori architetture sono semplici e insieme potenti», dice Stefano Boeri, siano esse università, grattacieli, parchi o moschee, «non sembrano mai astronavi cadute dal cielo, trovano nelle città le energie e le forme per costruire spazi unici». Sarà anche per questo, e sicuramente non solo, che gli architetti milanesi vincono i concorsi internazionali, esportano idee, ridisegnano e contaminano gli skyline , riscuotono consensi e premi. Dal Medio Oriente alla Cina, dall'Europa alla Russia: è un catalogo di progetti realizzati di recente o vicini ad essere completati. «All'estero, quasi sempre meglio che in Italia», riflette l'architetto Mario Bellini: «I tempi sono certi, i budget garantiti, i professionisti meglio ricompensati». Cantieri infiniti e scavi fantasma, nel mondo, «non sono tollerati ». Una lezione per l'Expo. Appuntamento a Marsiglia, il 1 dicembre, zona del porto vecchio. Viene posta la prima pietra del Centre Régional de la Méditerranée progettato dal milanese Stefano Boeri, l'architetto del Bosco verticale all'Isola e del masterplan Expo: «Rispetto alla gestualità formalista dell'architettura internazionale, i progetti italiani si distinguono per la forza nella semplicità». Una vocazione nella tradizione: si vedano il palazzo Pirelli di Ponti e la Torre Velasca di Banfi, Barbiano di Belgiojoso, Peressutti e Rogers (BBPR). Un altro architetto, Paolo Caputo, si divide tra le Varesine e Marrakech, l'Altra sede della Lombardia e l'Abdali Park di Amman: «Esporto cultura del luogo e della trasformazione». Oltre all'immagine di Milano «capitale del progetto», in una sorta di pubblicità progresso (a costo zero) per il Comune. È la globalizzazione delle opportunità e delle idee. Mentre Libeskind, Isozaki e Hadid modellano (e ritoccano) i tre grattacieli di CityLife all'ex Fiera, il milanese Mario Bellini progetta da vent'anni in mezzo mondo, dal Giappone alla Germania (Deutsche Bank). In questi mesi segue il cantiere del «suo» Dipartimento d'arte islamica al Louvre, un'onda di vetro a coprire la corte Visconti. Lì, a Parigi, all'incarico sono seguiti i lavori. Qui, a Brera, Bellini non sa quando potrà realizzare il restyling della Pinacoteca: il ministero ai Beni culturali ha aggiudicato la gara al buio, in attesa del trasloco dell'Accademia dal palazzo. Anche questa è Milano, quando lavora in casa. In trasferta, allora. La città russa di Novgorod ha affidato a Dante O. Benini la creazione di una Manhattan sul ghiaccio per il futuro della Siberia. La Georgia ha invece scelto Michele De Lucchi per il ministero degli Affari Interni (a Tbilisi) e il ponte della pace (sempre nella capitale): «È una nazione che sta risorgendo e cerca una sua identità nell'architettura. Ha bisogno di rappresentazioni simboliche che segnino il distacco con l'oppressione sovietica». Il nuovomondo è a Est. Dalla Russia alla Georgia, alla Cina in cui lavora Mario Cucinella, sede di rappresentanza a Bologna e interessi (molti) a Milano. Sei anni all'Expo, che fare? Gli architetti Boeri, Herzog, Burdett, Busquets e McDonough hanno immaginato un sito leggero, a basso impatto ambientale: un orto botanico planetario su un'isola artificiale. Bellini guarda «questa proposta insolita, radicale, un grande suk con interesse e senso di attesa. È una scommessa». Beh, parliamone, dice Cucinella: «Ad oggi è mancato un confronto sulle idee». Caputo ne mette lì una: «I padiglioni dovrebbero restare, dopo il 2015, e costituire il quartiere delle ambasciate economiche, produttive e commerciali. Un polo delle relazioni internazionali». Milano, Italia. E il mondo in casa.