Ecco il parere urbanistico e architettonico di Piero Pagliardini. Per evitare il rischio di ulteriori sbagli dopo l'abbattimento delle mura. Discutere della torre di via Romana a operazione praticamente conclusa può apparire come il solito mugugno nei confronti di chi fa e investe, tanto più che l'edificio ha piena legittimità amministrativa ed è destinato al potenziamento di un'attività imprenditoriale in un periodo in cui l'economia cittadina è invece in grave sofferenza. Soprattutto è sterile, se qualcuno immagina un risultato di qualsiasi tipo in ordine ad una eventuale e diversa configurazione dell'oggetto in sé.Non è però affatto inutile per il futuro; per un futuro, intendo, in cui l'economia ripartirà, come tutti ci auguriamo, e altre proposte di grattacielini si potranno fare avanti, basati sulla logora idea del "grattacielo come simbolo di modernità". Non direi, invece, essere questa l'idea che ha guidato il progetto dell'albergo, trattandosi piuttosto di una soluzione senza alternative alla crescita verticale, se si esclude una impervia rilocalizzazione dell'attività o il non far niente. Dunque prendiamo atto che l'edificio c'è e ci sarà e auguriamoci, per il bene di tutti, che la sua attività possa prosperare e accogliere tanti turisti e uomini d'affari in una Arezzo finalmente tornata al dinamismo e all'operosità di un recente passato. Se il problema si dovesse porre in futuro, e per altezze anche maggiori, la torre attualmente in costruzione dovrà servire da pietra di paragone per valutare quanto negativamente gli edifici alti modifichino la percezione globale della città storica e l'immagine della città nel suo complesso. Già oggi, entrando ad Arezzo da Via Romana, la torre non ancora tamponata si impone con la sua sagoma sul centro storico e sulla cattedrale. Quella veduta di Arezzo sarà irrimediabilmente trasformata, né giova certo il confronto con la città storica caratterizzata da torri e campanili, dato che questi sono aggrappati alla collina, esaltandone la componente verticale, mentre la nuova torre è in pianura e si pone in totale opposizione a quella, sbilanciandone del tutto il rapporto visuale. C'è un bel libro del professor Brilli che raccoglie le lettere di viaggiatori, prevalentemente inglesi, che nei secoli scorsi compivano il Gran Tour e che, arrivati nei pressi di Arezzo, ne coglievano il caratteristico profilo ascendente, già dipinto da Piero, al culmine del quale sta la Cattedrale. In molte lettere ricorre questa impressione e se la perdessimo del tutto cancelleremmo, in nome di una malintesa e provinciale modernità, un aspetto fondamentale dell'identità della nostra città; per i "forestieri" certamente, ma soprattutto per noi aretini che, rientrando in città da un viaggio, non godremmo più di quel che è rimasto di quelle vedute che già da lontano trasmettono l'emozione del ritorno a casa. Quanto c'è di nostalgia e quanto di razionalità in quest'idea? Certamente prevale l'osservazione razionale di chi constata che le nostre città storiche, toscane in particolare, rappresentano un patrimonio collettivo, culturale ed economico apprezzato ed imitato dal mondo intero più che da noi stessi: negli USA c'è un movimento urbanistico in pieno boom di consensi che ha rifiutato i modelli tradizionali americani della città diffusa e dispersa per abbracciare proprio quello della città storica europea! Ed è tutto un fiorire di città e villaggi dal disegno compatto e unitario, con strade e piazze simili alle nostre, praticamente prima sconosciute in quei luoghi; e in tutte c'è la ricerca di una forte identità e riconoscibilità, proprietà che Arezzo ha la fortuna di possedere per lascito storico, e il cui profilo, se si riuscirà ancora a percepirlo, ne è l'elemento caratterizzante e ciò che la rende immediatamente distinguibile da Cortona, o da Castiglion Fiorentino o da Siena. Quel profilo è la carta d'identità della città, è il suo volto, e nessuno vuole deturpare il proprio volto, specie se bello; di grattacieli è pieno il mondo ma, a parte New York che ne è la patria e Londra che ha, peggio per lei, un "cetriolo" come nuovo simbolo (è questo il nomignolo dato ad un grattacielo, indovinate perchè), tutti sono assolutamente uguali nella loro stravaganza e inutilità. Edificio inutile il grattacielo, e dannoso anche per lo spreco energetico colossale sia per costruirlo che per gestirlo. Ma la modernità non si riconosce oggi nel contenimento dei consumi piuttosto che nello spreco? Noi aretini abbiamo commesso nel tempo molti sbagli nella nostra città, uno dei più grossi è stato l'abbattimento delle mura urbane; ma, in fondo, quello sbaglio aveva una sua giustificazione perché esprimeva il desiderio della città di aprirsi al nuovo, cioè alla ferrovia, una vera rivoluzione positiva nella società dell'epoca, quindi la demolizione delle mura può essere classificata alla stregua di un "danno collaterale". Ma cosa c'è di nuovo, di rivoluzionario in un grattacielo, monumento allo spreco e al pericolo, dopo oltre cento anni che se ne costruiscono ovunque, a maggior ragione oggi che prevale una diffusa coscienza ambientale? La perdita della veduta complessiva, del colpo d'occhio del centro storico e della trasfigurazione del volto della nostra città, del simbolo della nostra appartenenza di cittadini ad Arezzo può essere considerato anch'esso un "danno collaterale" accettabile, in un'analisi costi-benefici? No, perché non c'è nessun fine virtuoso che la possa giustificare. In futuro, quindi, se si presentasse l'occasione e qualche futuro sindaco, come moltissimi in Italia, si facesse prendere da fregola modaiola da grattacielo, pensiamoci bene, prima, per non farne niente, dopo Piero Pagliardini
Il partito dei contrari - "Purché non arrivino altri grattacielini".
Piero Pagliardini, urbanista e architetto, esprime la sua opinione sul progetto della torre di via Romana a Arezzo. Egli ritiene che il progetto sia inutile e dannoso per la città, poiché non rispetta la sua identità storica e culturale. Pagliardini sostiene che la torre non è una soluzione per la crescita verticale della città, ma piuttosto un simbolo di spreco e di pericolo.
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