Divide i critici, piace al grande pubblico. Con il Guggenheim di Bilbao ha rivoluzionato la sua disciplina. Alla Triennale una mostra curata da Germano Celant Tra i tanti fan dellarchistar il regista Pollack e lautore dei Simpson Una volta costruiva case fatte di lamiera, vetro e assi di legno che sembravano serre. Oggi piega le lastre di titanio quasi fossero pasta sfoglia per sagomare edifici monumentali piazzati come meringhe nello centro delle città. In cinquantanni di carriera Frank O. Gehry, canadese dorigine (classe 1947), californiano dadozione (Los Angeles), ha sperimentato soluzioni fra loro diversissime ma segnate sempre da quella libertà creativa che ha visto molti incensarlo come un genio dellarchitettura contemporanea, mentre altri lo hanno accusato di sfacciata irriverenza verso le sacre regole vitruviane della disciplina. Lui, dietro la sua statura minuta e la risata contagiosa, sè limitato a rispondere di non possedere una visione chiusa dello spazio ma, al contrario, dinamica, ariosa e spesso frutto di intuizioni casuali. Detto questo, sè divertito a fare collezione di critiche con le quali adesso, munito di una buona autoironia, ha tappezzato le pareti della Triennale, usando frasi incisive a commento dei 13 progetti (dal 97 a oggi) protagonisti di una mostra che in Italia non ha precedenti. Curata da Germano Celant (catalogo Skira), ripercorre attraverso 120 modelli limpennata della sua carriera dopo lintervento, nel 1997, del Guggenheim Museum di Bilbao, che ha funzionato come un bengala per la sua notorietà. Occupando 28mila metri quadri di spazio con il suo celebre fiore di titanio e trasformando lanonima cittadina industriale basca in una meta del turismo di massa, Gehry ha raccolto, tempo un anno, cento richieste da città che sognavano un rilancio veicolato da unarchitettura spettacolare firmata da uno stilista del paesaggio capace di trattare i materiali edili come tessuti da tagliare, cucire e, come dice lui, «imbastire di plissé». Esattamente come accade già nei plastici di cartone, di cui la mostra presenta una selezione per lo più inedita, con modelli piccoli come una saponetta altri grandi come un monolocale. È il caso della spettacolare Walt Disney Concert Hall di Los Angeles, con i 36 "cartamodelli" degli interni e le sue vele aperte a farfalla che «col vento in poppa a sentire Gehry sembra di essere al timone». Oppure dellAtlantis Sentosa, il museo marino di Singapore ispirato ai moti delle onde e a un ricordo dinfanzia: quando osservava le evoluzioni delle carpe che sua nonna teneva nella vasca da bagno prima di cuocerle in padella. Ironia e sogno si mischiano anche nelle forme liquide del Jay Pritzker Pavillon di Chicago, alle cui spalle troneggia la critica di un giornalista che lo definì una «logo-tettura» e il commento serafico di Gehry: «Era il suo modo di dire che mi ripeto!». Galleggiando attorno alle nuvole di cristallo della Fondazione Vuitton di Parigi, con i suoi giochi di trasparenze per una città sexy, e alla torre fatta di pieghe increspate di Beekman Street a New York, si approda al progetto della futura sede del Guggenheim a Abu Dhabi, già acclamata dai suoi estimatori. Fra cui il regista Sydney Pollack che ha dedicato allamico architetto un documentario appassionato e, persino il creatore dei Simpsons, il celebre cartoon che dissacra usi e costumi americani, dove Gehry compare come guest star, impegnato nella costruzione di una sala per concerti ispirata da un pugno di cartastraccia finito nel cestino.