Forum mondiale della cultura (promosso dall'Unesco) in una città, Monza, che è al tempo stesso importantissimo centro d'impresa e luogo di grande pregnanza storica e simbolica. Qualcuno ha dichiarato che rendere permanente la sede di questo Forum sarebbe come fare di Monza qualcosa di analogo a quel che è avvenuto con Davos, diventata «capitale mondiale dell'economia». Potremmo anche ricordare che la località svizzera, pur nella finzione letteraria, aveva visto le interminabili dispute di Naphta e di Settembrini sulla potenza dello spirito, la debolezza del corpo e il disagio della civiltà: e tutto nel capolavoro di Thomas Mann. La montagna incantata del 1924. Ora siamo piuttosto nella Brianza tanto amata (e talvolta odiata) da Carlo Emilio Gadda, un letterato così sensibile al fascino delle scienze esatte: siamo nel polmone verde di quella Villa Reale che aspira a diventare patrimonio dell'umanità, anche se la coabitazione con l'autodromo non l'aiuta. Tutti questi tratti fanno parte a pieno titolo del patrimonio culturale di un Paese che voglia essere all'altezza delle sfide economiche del proprio tempo e insieme comprenda come quegli stessi fattori abbiano contribuito a plasmare il suo volto tanto quanto le arti o la poesia. Viceversa, il patrimonio culturale è motore di crescita economica oltre che civile: dunque è un calcolo economico saggio quello che porta a investire su di esso. Del resto, che «la cultura sia una merce» lo sapeva già in pieno Seicento il poeta inglese John Milton. Salvo che per la cultura, al contrario di altri beni di consumo, se aumenta la domanda l'offerta pro capite non diminuisce, anzi cresce con una conseguenza non da poco: contro qualsiasi gretto localismo consente alle idee di incontrarsi e anche di scontrarsi, in un'atmosfera di libertà che diceva ancora Milton non può essere irregimentata «con l'imposizione di dazi o gabelle».