Il Rapporto Annuale della Sgi: ce nè per tutti, costruttori, politici ma anche ambientalisti «Un eccesso di cultura da ingegnere ha costituito lhumus che ha favorito scelte assai discutibili dal punto di vista urbanistico e territoriale». Un tono di voce lieve e una rassicurante barba bianca non impediscono a Massimo Quaini, docente di geografia delluniversità genovese, di assestare una serie di colpi devastati ai vari soggetti che partecipano al sempre più caldo dibattito sulluso del territorio, sulla cementificazione, sulle scelte strategiche. Quaini lo fa nella veste di coordinatore del Rapporto Annuale 2009 della Società Geografica Italiana, con un dossier intitolato "I paesaggi italiani: fra nostalgia e trasformazione", che dedica molte pagine alla Liguria. Quaini, che mai si è sottratto alle battaglie di salvaguardia, non si mette i guanti per contestare dati e statistiche care alla galassia ambientalista. Ad esempio quelle, per altro avvalorate da personalità come Vittorio Emiliani e Carlo Petrini, secondo le quali la Liguria avrebbe consumato negli anni 1990-2005 la percentuale più alta in Italia di aree verdi. Quaini e altri studiosi come Edoardo Salzano, sostengono si tratti di un dato "fasullo" poiché non si riferisce alla cementificazione bensì allabbandono delle aree coltivate, alla riduzione della superficie agraria. Ciononostante le polemiche su speculazione, edificazione e spreco del territorio sono per Quaini «problemi ed argomentazioni certamente condivisibili». E anche se a suo parere la Liguria non è maglia nera tra le regioni, lenfasi degli attacchi si spiega «con il dato relativo alle nuove edificazioni... la provincia di Imperia nel 2004 incide per più del 30 per costruzioni residenziali pur avendo solo il 13 della popolazione e il 21 della superficie territoriale regionali... in provincia di Savona il dato delle trasformazioni indotte dai permessi a costruire sale al 35». Quaini riconosce comunque un effetto positivo alla mobilitazione ambientalista, quello di aver indotto «la Regione a uscire allo scoperto e confrontarsi con le forze più vive e interessate al territorio». Forse manca una riflessione sul fatto che quella stessa classe politica che si apre alla collaborazione è la stessa accusata di aver sacrificato il territorio, ed inoltre cè da interrogarsi sulla capacità persuasiva di geografi, ambientalisti, studiosi, associazioni e giornalisti se solo nel 2009 la politica comincia a riflettere sulle ferite inferte al paesaggio. Che fare? Quaini indica una serie di percorsi. A cominciare dalla creazione di quegli Osservatori del Paesaggio previsti dalla convenzione europea. E poi ridurre «il sovradosaggio di ingegneria» che con architettura ha fagocitato e «impoverito» il corso di laurea in Beni Culturali così come gli studi su paesaggio e ambiente. Interrogarsi «se sia logico perseverare con questo modello di sviluppo» legato alle grandi opere per cui la Liguria è «morfologicamente inadeguata, e infine «aprire una nuova stagione di inchieste ed esplorazioni di quanto sta sorgendo nelle pieghe del territorio: nuovi mestieri, generi e stili di vita, nuove convivenze umane, forme insediative, perché oggi le aree economicamente più avanzate non sono quelle dove si producono le quote maggiori di Pil».