TEMPO di restauri. Anzi di lavaggi e politure dalla polvere di secoli nei secoli. Come avviene nelle case, al volgere delle stagioni. Gli «oggetti» sono capolavori che richiedono conoscenza, studi, cure, tempi lunghi com'è in uso nel restauro italiano, tuttora il più qualificato, pur con rischi e lacune. Ecco il rinnovato David di Michelangelo, il gigante nudo, vecchio di 500 anni, appena presentato dal Soprintendente di Firenze Antonio Paolucci, tornato candido qual era. Oggi, a Milano, è la volta della Pietà Rondanini, esibita dopo un attento restauro, opera ultima, «sbozzata» e incompiuta secondo il Vasari, perciò struggente. L'hanno ripulita,(ci si domanda se sia giusto) dalla patina gialla dipinta dallo scultore Manzù per ridurre l'aspetto risicato, quasi «informale». Viaggi a New York, al Metropolitan Museum o Frick Collection, o a SanPietroburgo all'Ermitage, ad Amsterdam a ciò che resta del Rijksmuseum (chiuso per rifacimento 8 anni) svelano l'eccellenza passata e forse attuale del nostro restauro che mira a non esagerare, né lucida troppo, né spellacchia superfici, non grattugia marmi, non rende nuovi dipinti o affreschi antichi. In compenso solleva polemiche infuocate. Di norma l'americano James Beck si precipita in Italia con accuse e contumelie. Come per il mirabile lavoro di Colalucci sul Michelangelo della volta Sistina, dove Beck tuonò contro i colori riemersi, mentre Cesare Brandi telefonò, declamando felice: «Bisogna ristudiare tutto Michelangelo, i colori degli affreschi sono quelli del Tondo Doni, i suoi». Si avvertono però sintomi di sgretolamento nella qualità del restauro italiano, flutto pure di estro, gusto, sensibilità, ma non all'avanguardia tecnica; un esempio: gli americani vantano il primato per la foderazione dei dipinti, vanto nostro sino a poco fa. Allora, non mancano pericoli gravi. Fino al 1998 vigeva una legge, la 1089, firmata da Bottai nel 1939, in tempi di Mussolini e re d'Italia, preindustriali, pre-inquinamento, con paesaggi, villaggi, chiese, opere curate da abitanti volonterosi. Chi voleva, si improvvisava restauratore, iscrivendosi alla Camera di Commercio, con qualifica di «artigiano». Mesi o un annetto frequentando botteghe, poi personaggi folcloristici divenivano restauratori di nome; la signora annoiata con bimbi attorno si portava a casa un Mantegna da un noto Museo «per lavorare comoda», il corridore di bicicletta apriva una fiorente bottega in Emilia. Con brillanti eccezioni, quali Pinin Brambilla, Paola Zanolini, Rossi. La situazione oggi non è così diversa. Erano sorte due importanti Istituzioni, l'Istituto Centrale del Restauro, creato da Cesare Brandi, condotto con impareggiabile sapienza da Giovanni Urbani. Poi l'Opificio delle Pietre Dure a Firenze, dove Umberto Baldini si impegnò a salvare le opere dall'alluvione e insegnò a lungo. Entrambe hanno il numero chiuso: Roma accetta una quindicina di italiani e una manciata di stranieri l'anno, Firenze poco più. Sono scaturite le scuole regionali, talune di buon livello come Botticino. Tuttavia una recente statistica nel Veneto ha stabilito che si contano 3.575 restauratori iscritti alla Camera di Commercio; calcolando le Regioni, si raggiungono 60-70.000 restauratori autodichiarati. Recenti le lauree per i Beni Culturali, l'Università Carlo Bo di Urbino è ritenuta la più prestigiosa, l'insegnamento di restauro si vale dell'ottimo Bruno Zanardi, miglior allievo di Giovanni Urbani. Momento di confusione e transizione è questo. La legge Merloni, (109 ter) del '98, introduce per le imprese, almeno un soggetto a qualifica di restauratore, specie per appalti pubblici. Infine la legge 294 del 2000 (poi 420 nel dicembre 2001) indica i requisiti validi ancora: i restauratori a regime, cioè diplomati agli Istituti di Roma e Firenze o con lauree specialistiche; i «transitori» con 8 anni di lavoro alle spalle o diplomi biennali più 2 anni di lavoro. Un marasma formativo. Poi dal 2001 a oggi, i diplomati regionali non sono riconosciuti. Il nuovo Codice dei Beni culturali, voluto da Giuliano Urbani, attaccato e vituperato, ha meriti indubbi. Si pone il problema giuridico della disciplina nel restauro e della figura del restauratore, dei criteri, istituti di formazione, come strumenti di tutela per i beni culturali. Un gruppo di specialisti è al lavoro al Ministero per approdare al meglio. Con l'augurio di tempi brevi. Prossima tappa: il 24 giugno, la Scuola Normale di Pisa dedica una giornata di studi, per i 20 anni dalla scomparsa di Giovanni Urbani, intervengono il promotore Salvatore Settis, Bruno Toscano, Bruno Zanardi, presente il ministro Urbani.
Finalmente qualcuno si occupa dei restauratori
Il restauro dei beni culturali è un processo complesso che richiede conoscenza, studi e cure. In Italia, il restauro è considerato uno degli aspetti più qualificati del settore, ma ci sono anche rischi e lacune. Gli oggetti restaurati sono spesso capolavori che richiedono tempi lunghi e cure attente. Il restauro è anche un argomento di polemiche, come ad esempio il caso della Pietà Rondanini di Michelangelo, che è stata restaurata dopo un attento restauro. Inoltre, ci sono problemi di formazione e di disciplina nel restauro, come ad esempio la mancanza di una figura unica e riconosciuta del restauratore.
Artista / Persona
Bene culturale
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