Le 330 lastre che il Comune aveva in animo di sostituire erano nel frattempo diventate 227, salvandone così un centinaio rispetto alla quantità inizialmente preventivata. Ma questo non salva l'assessorato dalle accuse di Dattilo, che scrive alla Procura. «Avere proceduto con tanta leggerezza alla eliminazione di molte storiche lastre, peraltro ancora del tutto idonee alla funzione di pavimentazione, alterando profondamente l'aspetto dell'intera pavimentazione, costituisce palese violazione, da parte degli organi comunali, dell'obbligo di garantire la conservazione della Piazza e del complesso monumentale, di cui fa parte. Unicamente a tale fine conservativo, infatti, deve essere rivolta l'attività di prevenzione, manutenzione e restauro, come prevista dall'art. 29 del Codice, nel quale l'ordine di mantenere l'integrità dei Beni culturali è ripetuto con quasi maniacale insistenza». E ce n'è anche per la Soprintendenza. Osserva infatti l'avvocato: «Analoghe considerazioni possono essere avanzate circa l'operato della competente Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Parma e Piacenza, il cui responsabile architetto Luciano Serchia ha dato il suo avallo all'operazione voluta dall'Amministrazione comunale, venendo così meno ai doveri conservativi, che sono propri del suo ufficio, concedendo la preventiva autorizzazione dei lavori de quibus, pur nella carenza o superflcialità del relativo procedimento». Dalla violazione dell'obbligo di tutela «è conseguito il danneggiamento della pavimentazione della piazza e di tutto il complesso monumentale di cui è parte: danno grave, o forse gravissimo». Compromessi, secondo Dattilo, valori storici ma anche estetici.. «Tali danni - si legge infatti - sono diretta conseguenza della perdita dell'integrità materica e dell'originalità del bene: infatti, eliminando una quantità delle antiche lastre, l'intervento attuato ha fatto perdere traccia dell'opera settecentesca e della sua originaria bellezza, della sua luce, della sua coerenza cromatica». Dattilo non è leggero, quando, sui lavori, sostiene che «le pietre si rompevano proprio a causa della loro rimozione con macchinario». E sugli esiti dei lavori scrive di «un inequivocabile e volgare rappezzo», perché «le centinaia di nuove lastre sostitutive annegano in un contesto cromatico e di patina che non è il loro». Insomma, «il risultato - affonda l'avvocato - è un incredibile patchwork lapideo, con le 227 nuove lastre sparse qua e là. Dunque è proprio in questo involgarimento dell'insieme e nella perdita della sua originalità che consiste il vero e maggior danno».