Dal parco pensile di Manhattan alla Serpentine di Londra, progetti che interpretano lestetica del sostenibile Boeri: ora un monte, un lago e le idee dei paesi ospiti LExpo minimal e verde degli orti a Rho-Pero è tuttaltro che sola. Il progetto architettonico newyorkese su cui negli ultimi mesi si sono accesi più consensi e riflettori non è un museo o un grattacielo, ma un parco: da giugno, migliaia di persone fanno la coda per salire sulla High Line, una soprelevata ferroviaria anni Trenta lungo i cui binari ora si può passeggiare tra betulle, erbe selvatiche e orti, godendosi la vista dei palazzi e dei marciapiedi intasati dal traffico: una «promenade» contemporanea che porta la firma dello studio Diller Scofidio (più Renfro) e offre lesperienza della natura in cortocircuito con quella metropolitana. Dopo anni di gigantismo muscolare e «io di più», le parole dordine dellarchitettura sembrano cambiate: leggerezza, sostenibilità, integrazione con lambiente. Lobiettivo è una riduzione dellimpatto del costruire, non del progettare, come proclamava lultima Biennale di Architettura di Venezia, «Architecture Beyond Building», suggellata allArsenale dallorto paradisiaco dei paesaggisti Gustafson Porter. Si rispolverano le utopie di Buckminster Fuller, teorico del «fare di più con meno» e inventore delle cupole geodetiche: le stesse che racchiudono le biosfere dellEden Project in Cornovaglia, la più grande serra del mondo, progettata nel 2001 da Nicholas Grimshaw. Renzo Piano ha impiantato una foresta pluviale nel suo eco-compatibilissimo Museo della Scienza, aperto a San Francisco lanno scorso, che replicherà a Trento entro il 2011. Questestate, il padiglione temporaneo della Serpentine di Londra (che dal 2000, ha visto sfidarsi Hadid, Libeskind, Niemeyer, Siza e Souto De Moura, Koolhaas, Eliasson, Ito, Gehry) è stato trasformato dai giapponesi SANAA in un «parasole» in alluminio, sottile come una foglia, aperto sui Giardini di Kensington. Altrettanti esempi di quello si potrebbe vedere anche a Milano nel 2015, se tutto va bene, se si troveranno i soldi e se chi tira i fili politici ed economici di Expo non sarà tentato di "arricchirlo" con iniezioni di cemento e appalti? «Noi siamo partiti da unidea di architettura del paesaggio», dice Boeri. «Quella che proponiamo è unExpo in cui non ci si affida allo scoppiettìo monumentale di una torre, ma a una trama di campi, filiere e insediamenti, proprio come il paesaggio italiano. Ci saranno più livelli: al primo, il "concept plan" con la sua forma ben definita. Al secondo, grandi landmark: un monte, unarena teatrale, un lago, i cui autori saranno scelti tramite concorsi internazionali. Al terzo, le infrastrutture come ponti e canali. Al quarto e ultimo, i progetti dei singoli paesi, chiamati ad affrontare il tema dalla coltivazione». Come dire che per vedere interventi architettonici dautore verdi e ambiziosi paragonabili a quelli in corso in mezzo mondo bisognerà probabilmente aspettare i bandi di gara della fase due e sperare nel coraggio e nella fantasia degli ospiti. Ma gli esempi di ciò che potrebbe esserci in fondo al percorso sono già sotto gli occhi. Luca Molinari, docente di architettura contemporanea a Napoli, aggiunge: «Molti progetti provano a trasformare in risorsa un problema, come sfruttare lacqua di falda, le biomasse o lenergia prodotta dagli impianti di smaltimento rifiuti. Per esempio, a SantUrbano, Padova, gli Archipiùdue hanno disegnato attorno ai 55 ettari della più grande discarica del Veneto uno spazio pubblico, fruibile dai cittadini, con serre e giardini. E in città come Berlino gli orti forniscono già cibo, ma anche socialità. Speriamo che questa Expo serva da palestra per i progettisti dellultima generazione, che ci raccontano come cambia il nostro rapporto con la natura: da François Roche di RSie, con la sua casa parigina inghiottita dal verde, che la ricopre come una pelle, a unarchitettura leggera, eco e coloratissima come il Ministero dellAmbiente a Dessau di Sauerbruch Hutton, o alle «case-serra» del giapponese Junya Ishigami».