Secondo uno stile a cui la Biennale architettura di Venezia ci ha abituato da ormai quattro edizioni, i temi del cambiamento, delle trasformazioni globali e delle mutazioni in seno alla disciplina e ai suoi territori di azione, compongono ancora una volta la grande finestra concettuale nella quale anche questa nona edizione della mostra si vuole collocare. Come già l'architettura «come sismografo» di Hans Hollein (1996), anche quella rappresentata oggi da Kurt Forster sotto il titolo di Metamorfosi - presentata ieri a Roma dal nuovo direttore insieme al ministro Urbani e al presidente Davide Croff - vuole innanzitutto registrare come per l'architettura siano cambiate le condizioni stesse dell'operare. E come la più recente «Next» di Dejan Sudjic (2002) ambisce a darci una panorama sufficientemente esaustivo di quello che ci aspetta in un futuro, che però sembra talmente imminente da correre il rischio di essere scambiato per una istantanea appena aggiornata del presente. Cosa ci sarà dunque di realmente nuovo nella mostra di Forster, svizzero di nascita ma vero «cittadino del mondo» come formazione e soprattutto curriculum - ha diretto per otto anni il Getty Research Institute di Los Angeles e poi il Canadian Centre for Architecture di Montreal, insegnando al ETH di Zurigo e alla Bauhaus di Weimar, e seguendo come consigliere per il Senato di Berlino la ricostruzione della capitale tedesca - è ancora presto per dirlo. Scarica da impostazioni ideologiche, emendata dal confronto diretto con i suoi presupposti sociali e politici, l'architettura secondo Forster è infatti soprattutto trasformazione dello spazio, che come tale va verificato più che nelle intenzioni, nel dato concreto dei progetti e ancor più delle realizzazioni. Tanto più se di questo spazio si vogliono testare la capacità di accogliere e interpretare il carattere dinamico ed evolutivo della vita che vi scorre dentro, e decidere se dichiarare conclusa, come Forster propone, l'era dell'architettura vitruviana. In un parterre di star internazionali tutte più o meno note - nel quale i cronisti esteri non mancheranno di segnalare l'assenza di Koolhaas e Libeskind, e quelli di casa nostra la modesta e per lo più scontata presenza italiana (Piano, Fuksas, Bellini e Scolari) - e di progetti, come spesso accade, in parte già conosciuti, l'operazione più azzardata sarà probabilmente quella che prenderà corpo nelle Corderie. Là dove Portoghesi aveva avviato la stagione delle mostre veneziane, celebrando il postmodernismo, Forster propone di tornare agli anni Ottanta individuando quattro figure chiave di quel periodo: Aldo Rossi e James Stirling da un lato, Peter Eisenman e Frank Gehry dall'altro. Se la prima coppia va ascritta all'interno di quella storia di cui ci si aspettava un futuro che non si è verificato, sono i secondi due i veri «protagonisti di quell'architettura che lentamente, ma inesorabilmente, stava prendendo forma negli ultimi decenni». Come questo sia avvenuto e quali i teoremi su cui si è sviluppato, è dunque la tesi che verrà svolta nel luogo edificio-cannocchiale attraverso un percorso «in quattro tempi» che affronterà alcuni dei temi dell'architettura contemporanea riletta in questa chiave: la topografia, ovvero gli edifici non come oggetti nei luoghi ma vere e proprie estensioni geografiche degli stessi; le superfici curvate e piegate che si sostituiscono la dialettica millenaria tra sostegni e pesi assorbendo in gesti unici suoli, pareti, pilastri e tetti; l'atmosfera, cioè la capacità degli edifici di mutare la propria apparenza anche attraverso l'uso di tecnologie sofisticate; infine gli iper-progetti, quelle architetture-mondo che contengono e accolgono numerose attività sino a diventare simbolo della vita stessa. A fronte di uno spiccato carattere internazionale della manifestazione - arricchito da una sezione sulle «metamorfosi» delle città d'acqua di varie parti del mondo, allestita sopra una struttura galleggiante collocata nel bacino dell'Arsenale, e da una lettura fotografica dei temi della mostra curata da Nanni Balzer, ma soprattutto di una volontà di portare la mostra in giro per il mondo - molta attesa finisce inevitabilmente per raccogliersi intorno a quello che succede a casa nostra. Il presupposto di «Notizie dall'interno» - curata da Mirko Zardini all'interno del Padiglione Italia - è infatti che la trasformazione «intestina» degli spazi abitati, dei luoghi del lavoro, di studio, di incontro e di divertimento, ci restituisca meglio la trasformazione dei nostri modi di vita, di quanto traspaia dalla solidità esterna dei manufatti. Un terreno ambizioso, sofisticato ma delicatissimo - basti pensare al confronto con la celebre mostra al Moma del 1972 «Italy: the New Domestic Landscape» e alla sua enorme spinta propulsiva in termini sia estetici che commerciali - tra quelli su cui misurare oggi la forza propulsiva dell'architettura made in italy.