«Provate a pensare senza parole», dice Francesco Sabatini, presidente dell'Accademia della Crusca. L'italiano che parliamo, leggiamo, pensiamo è nato sette secoli fa a Firenze. La città, la scorsa settimana, ha fatto il bilancio del suo ruolo nei tempi con il convegno: Firenze e la lingua italiana fra Nazione e Europa. «Perfino l'aggettivo "italiano" è nato qui spiega Sabatini : Dante scriveva di un "idioma italico", ma i suoi coevi iniziavano a citare la "lingua italiana"». Il professore ci riporta al Trecento con due grandi innovatori: «Dante e Giotto furono i gemelli creativi in campo linguistico e artistico. L'identità si fonda sui linguaggi. Quelli che loro inventarono qui, fecero di Firenze la capitale culturale italiana dei tempi postclassici. Il primato si sviluppa negli anni da Dante a Machiavelli, da Giotto a Michelangelo, formando un quadrilatero cui aggiungerei Galileo per evidenziare come nella valle dell'Arno, tra Quattrocento e Cinquecento, si definisca il volto di una civiltà nuova». Poi, per chi è abituato all'equazione sviluppo novità, Firenze entra in ombra: «Neppure Manzoni, che voleva adottare la lingua dei fiorentini colti per rifondare l'italiano, riuscì a produrre grandi innovazioni. Resta l'uso dell'imperfetto indicativo: "io amavo", come si diceva qui e non più "io amava", come usavano gli altri scrittori». La vocazione di Firenze era già mutata. S'avviava a diventare la capitale della nostra coscienza culturale. «A Firenze, più che altrove chiarisce Sabatini da tempo si studiavano la lingua, la letteratura, l'arte, si coltivava il nostro patrimonio». Primaria è l'attività svolta dalla Crusca, che, come ricorda il suo presidente: «Nel 1612 pubblica il primo vocabolario sistematico dell'italiano». L'Accademia inventa un metodo, «che diventa il modello cui si rifanno i vocabolari di francesi, spagnoli, tedeschi, inglesi». E assume il compito «di dare un criterio, una certezza almeno nella lingua, a un Paese senza una capitale capace di esercitare il ruolo di Parigi». Per contraccolpo la Crusca verrà a lungo tacciata di purismo. «Prendetevela con i Veneti e i ciociari scherza Sabatini . Furono i tipografi come Manuzio a chiedere regole ai grammatici. Le fornì Bembo con la proposta di rifarsi ai grandi autori fiorentini del Trecento». Fuor di scherzo, Sabatini ricorda la lettera che Foscolo spedì a Capponi nel 1826: «Scriveva che, finché non fosse cambiato l'assetto civile e sociale dell'Italia, la lingua non sarebbe potuta mutare. In mancanza di una capitale, i grammatici svolgevano una funzione stabilizzatrice, non era tempo di invenzioni per l'italiano». E non era nemmeno il luogo. Firenze è sempre più la città degli studi, presidio di una tradizione che si evolverà grazie agli scambi con l'università. L'ateneo compie ottant'anni e non a caso ha organizzato il convegno insieme alla Crusca. «L'attività dell'Accademia fu rivitalizzata dai professori che si avvicendavano nelle cattedre. Portavano nuovi indirizzi e saperi, che con Migliorini, Devoto e Nencioni, tutti docenti all'ateneo e presidenti della Crusca, ci hanno messo in dialogo con la linguistica internazionale». Ora che, aggiunge Sabatini, «in università la ricerca vede ridotti i propri spazi, è compito dall'Accademia proseguirla. Del resto, un'università non potrebbe neppure darsi una politica linguistica, noi sì. Da anni perseguiamo una politica linguistica europea». L'Accademia fa parte, con gli istituti analoghi degli altri Paesi, di una federazione che lavora perché le lingue, ossia lo strumento necessario per continuare a elaborare e scambiare cultura, siano percepite dagli europei come patrimonio comune: «Perdere una lingua è un danno per tutti, senza il tedesco saremmo orfani di Goethe, per esempio, e così via: Dante, Cervantes, Shakespeare... Insistiamo perché nella Costituzione europea entri questo principio e la UE promuova tutte le lingue, anche attraverso l'insegnamen to. Occorrono incen tivi perché nei diversi Paesi si studino al meno due lingue straniere. Una, a nostro avviso, potrebbe essere l'inglese, l'altra andrebbe scelta a seconda degli interessi oppure per vicinanza, come Ilo sloveno nel caso degli italiani». Il futuro che sta nella mente di Sabatini appena nominato da Ciampi Cavaliere di Gran Croce è un' Europa dove tutte le lingue siano diffuse «a pelle di leopardo». Qui, però, iniziano le note dolenti: mentre la nostra cultura e quindi l'italiano «per simpatia vede crescere la propria diffusione all'estero, gli insegnanti continuano a ignorare la linguistica e troppo poco si è fatto per migliorare grammatiche e dizionari. Una lingua è fatta di strutture, la grammatica è il meccanismo che la regola. Ma è fatta anche di comunicazione, che cambia e apparentemente modifica la lingua stessa. Di fatto, la grammatica è pressoché perenne, ma la comunicazione ne cambia l'uso». Sabatini, coautore del Dizionario Sabatini-Coletti in edicola con il Corriere, avverte: «Per insegnare l'italiano, bisogna diffondere strumenti scientificamente aggiornati, come quelli che le altre lingue europee già hanno».
Chi insegnerà l'italiano internazionale
Francesco Sabatini, presidente dell'Accademia della Crusca, ha sottolineato l'importanza di Firenze come luogo di nascita della lingua italiana. La città fu il centro culturale e linguistico del Trecento, con Dante e Giotto come gemelli creativi. L'identità si fonda sui linguaggi, e Firenze fu la capitale culturale italiana dei tempi postclassici. Tuttavia, con il passare del tempo, Firenze entrò in ombra, e la lingua italiana non fu più innovata. L'Accademia della Crusca fu fondata nel 1612 e pubblicò il primo vocabolario sistematico dell'italiano. La Crusca ha svolto un ruolo importante nella stabilizzazione della lingua italiana, ma è stata anche tacciata di purismo.
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