Il «miracolo del sanpietrino» e la «moltiplicazione degli impalcati di travi a T». Per i pubblici ministeri Gianni Tei e Giulio Monferini, che ipotizzano la truffa aggravata in concorso ai danni di Palazzo Vecchio, dietro a un costo maggiorato di oltre tre milioni per la variante del sottopasso di viale Strozzi ci sono spese gonfiate e conteggi sbagliati. E i sospettati, sempre secondo gli inquirenti, sono l'architetto Gaetano Di Benedetto, il responsabile della concessione del project-financing, l'ingegner Vincenzo Di Nardo, presidente del Cda di Firenze- Mobilità, Giorgio Formigli, legale rappresentante del Project Costruzioni scarl (esecutrice dei lavori), e Mario Pasquini, consigliere delegato di Firenze-Mobilità. Come sia stato possibile tutto questo, sempre secondo l'assunto investigativo della procura, è semplice: è stato sufficiente creare una documentazione fittizia. Per l'esattezza: non c'è stata «un'istituzione e una corretta tenuta contabilità dei lavori», che ha impedito dunque i riscontri e la verifica di quei maggiori costi che Firenze-Mobilità documentava, di volta in volta, a Palazzo Vecchio. Ecco perché, sostengono i magistrati, sono stati «gonfiati» i numeri dei materiali impiegati per la costruzione dell'opera pubblica. Tipo: sono stati contabilizzati 4.081,70 mq di fornitura e posa in opera di pavimentazione in porfido invece di 3277,77 mq. Il che ha portato un aumento delle spese di circa 100 milioni. E ancora: le lastre in pietra Santa Fiora, un materiale richiesto dalla soprintendenza per limitare l'impatto della costruzione. La ditta fornitrice ne ha fatturati 2.416 metri quadrati; i responsabili dell'opera invece ne hanno fatti pagare al Comune 2.792. E così è stato per il cosìdetto «impalcato a travi T», ma anche per la posa in opera di cimasa Santa Fiora, per le perforazioni verticali e infine per gli scavi di verifica. Nelle carte degli inquirenti molto spazio lo trova l'architetto Gaetano Di Benedetto, che per otto anni è stato dirigente del Comune di Firenze ed è stato responsabile della formazione del Piano strutturale: incarico che ha lasciato nel dicembre 2008, in seguito alla tempesta giudiziaria che ha colpito l'assessorato all'urbanistica allora ricoperto da Gianni Biagi, indagato per corruzione. Un'indagine, quella su Castello, nata proprio da quella sul sottopasso di viale Strozzi, come si evinceva dal decreto di sequestro preventivo relativo all'area Fondiaria Sai emesso dal gip Lupo. Ebbene, proprio per la variante del sottopasso, secondo la magistratura inquirente l'architetto Gaetano Di Benedetto, ha abusato del suo ruolo per sottoscrivere cinque verbali di ricognizione e una modifica al contratto di concessione (quella del 6 agosto del 2003) con l'ingegner Vincenzo Di Nardo, presidente di Firenze- Mobilità, società partecipata anche dalla Camera di Commercio e da Firenze Parcheggi Spa, ma con la Project Costruzioni come azionista di maggioranza (una società a sua volta partecipata a maggioranza dalla Baldassini-Tognozzi- Pontello). Di fatto, sostiene la Procura, i verbali di ricognizione non sono neppure previsti e tantomeno disciplinati dalla legge quadro in materia di lavori pubblici e dalla legge Merloni, che prende in esame il «project financing». Tutti questi meccanismi sono serviti a un unico scopo, sempre secondo la tesi accusatoria: procurare «intenzionalmente un ingiusto vantaggio patrimoniale a Firenze- Mobilità con corrispettivo danno per l'amministrazione comunale », difesa dall'avvocato Piermatteo Lucibello. Ipotesi investigativa che non lascia adito ad alcuna supposizione. In pratica dal 2001 (data di stipula del contratto) a oggi ma soprattutto con quanto accaduto nel 2003 quando fu approvata la modifica della concessione l'architetto Gaetano Di Benedetto ha avuto un comportamento univoco: il funzionario «addetto al controllo e alla regolarità dell'intervento », assieme agli altri indagati, ha assunto «iniziative contrarie alla disciplina di legge in materia di finanza di progetto, con vantaggio per il soggetto attuatore (Firenze- Mobilità, ndr) e con danno per l'ente pubblico (Palazzo Vecchio, ndr) ». Un meccanismo, questo, che per gli inquirenti è andato avanti «almeno fino alla data delle sue dimissioni».