Caro direttore, desidero esprimere una precisazione in relazione all'articolo pubblicato ieri dal Corriere del Mezzogiorno con il titolo «Quel Crocifisso non è di Michelangelo. Vi spiego perché» a firma del professor Francesco Caglioti, ove vengo direttamente tirato in ballo. Nell'esprimere, com'è naturalmente suo diritto, le ragioni che lo spingono a rifiutare l'attribuzione a Michelangelo del piccolo Crocifisso in legno recentemente acquistato dallo Stato, il professor Caglioti insinua che io abbia offerto «qualche guadagno» alla sua adesione, circostanza che mi offende e che gli storici presenti all'incontro possono tranquillamente smentire. Il professore fa anche maliziosamente riferimento alla presunta prassi di sovvenzionare gli storici dell'arte in base all'importanza delle attribuzioni. Si tratta, come lui stesso dichiara, di una prassi comune nel settore immobiliare (a me per altro ignota) nonché, deduciamo, in certi bassi livelli del mercato dell'arte. Riferirne però in merito a un'attribuzione avanzata da Giancarlo Gentilini (professore ordinario di Storia dell'arte, Università di Perugia), Luciano Bellosi (già professore ordinario di Storia dell'arte, Università di Siena), Umberto Baldini (già presidente Fondazione H.P. Horne), Massimo Ferretti (professore ordinario di Storia dell'arte), Scuola Normale Superiore di Pisa) e sostenuta per primo in ordine di tempo da Federico Zeri e tra gli altri da Giorgio Bonsanti (professore ordinario di Storia dell'arte, Università di Firenze), Timothy Verdon (Canonico del Duomo di Firenze, responsabile Arte Sacra), Cristina Acidini (Soprintendente Polo Museale Fiorentino), Antonio Paolucci (Direttore Musei Vaticani), studiosi di autorevolezza assolutamente indiscussa, appare quantomeno fantasioso. Temo che il signor Gallino, turbato dal mio accenno al nostro incontro del 2003, abbia fatto dire alla mia frase un po' troppo, e dunque anche ciò che essa non contiene. Com'è mia abitudine, soprattutto nello scrivere, ho soppesato le parole: e quel «mi trovai di fronte alla possibilità di trarre magari qualche guadagno dalla mia adesione» non dice affatto che tra Gallino e me si sia parlato di guadagnare tot euro (o tot attenzioni da parte sua verso di me) in cambio della mia adesione. Il discorso prese ovviamente le mosse dalla proposta attributiva per Michelangelo, e, visto che io la rifiutai tout court , è chiaro che non c'era il benché minimo motivo, da una parte come dall'altra, perché si procedesse oltre. Posso dunque confermare e tranquillizzare Gallino circa quel che non fu detto durante il nostro colloquio. Ma non vedo perché, se io avessi scritto prima o poi una perizia sul Crocifisso, o avessi svolto delle ricerche connesse con l'attribuzione auspicata da Gallino, quest'ultimo avrebbe dovuto approfittare completamente e incivilmente delle mie competenze, del mio tempo e del mio lavoro. Ho sempre sentito parlare di Gallino come di una persona civile, e non vedo ragioni perché egli avrebbe dovuto mutare carattere proprio con me. Il riferimento all'aumento di guadagno che «a volte» ha luogo per attribuzioni di opere importanti era parentetico, e comunque rientra anch'esso nella prassi dei civili rapporti in tanti ambiti professionali. Il paragone col mercato immobiliare serviva solo a far capire immediatamente il concetto al lettore non esperto, per comparazione: se poi Gallino ha di tale mercato un'opinione assai meno nobile della mia, e trova dunque il paragone offensivo, me ne dispiace solo per gli agenti immobiliari. Ma anche in quest'ultimo campo mi pare che l'impegno maggiore che spesso si mette nel concludere trattative più prestigiose venga premiato con compensi proporzionati: cosa che avviene migliaia di volte ogni giorno, e che tutti trovano giusta e pacifica. Donde nasce dunque il disappunto? Il riferimento all'incontro del 2003 tra Gallino e me era necessario nel contesto del mio articolo perché, in questi mesi di vivaci dibattiti soprattutto orali fra colleghi e altri addetti del settore, non di rado mi è stato fatto capire, da più parti che ignoravano quel colloquio, che il mio diniego del Crocifisso era assai sospetto, in quanto poteva nascere dal non essere stato anch'io coinvolto nello studio e nella presentazione dell'opera: una dietrologia tipicamente italiana (secondo l'adagio che a pensar male si fa peccato ma alla fine ci si azzecca), e dunque una dietrologia che ho dovuto prevenire per rispetto verso il lettore.