Gli ultimi rilevamenti globali confermano una tendenza in atto da tempo: le aree forestali continuano ad estendersi in Europa. E in Italia più che in qualsiasi altro Paese Un fenomeno dovuto allabbandono delle terre alte. Unopportunità che invece è spesso causa di ulteriore dissesto del territorio: frane, incendi, alluvioni Per i montanari era come unazienda che garantiva la sopravvivenza Per ingrandirla non bisognava aggiungere, ma togliere, perché le piante devono poter respirare o ggi la valle non ha più paura. La frana verde si è fermata. Le acque cominciano a rientrare a regime. Fullin ha piantato cinquanta chilometri di recinzioni con le sue mani, e ora vanta un presidio Slow Food con lagnello di casa sua. Lui e i suoi sgobbano quindici ore al giorno, ma hanno vinto la battaglia. E hanno brevettato un sistema che può essere applicato ovunque in Europa, fra Carpazi e Pirenei. «I pastori bisogna portare in montagna, altro che quei costosi Canadair che buttano acqua sugli incendi», ghigna il professor Giorgio Conti, specialista di territorio alla Ca Foscari di Venezia, e racconta di come la foresta selvaggia stia invadendo lItalia più di qualsiasi altro Paese dEuropa. Gli studi più recenti confermano infatti che la tendenza è in atto un po ovunque nel continente: «lespansione forestale continuerà in tutta Europa», si legge nello Stato mondiale delle foreste 2009 diffuso dalla Fao. Ma il caso del nostro Paese è particolarmente vistoso. Lultimo Inventario nazionale delle foreste segnalava nel 2005 quasi due milioni di ettari di superficie boschiva più rispetto a ventanni prima. E così la Liguria - la regione più verde dItalia in rapporto alla sua superficie, anche più del Trentino - frana e brucia perché la giungla ha invaso i terrazzamenti secolari costruiti dalluomo. LAppennino tosco-emiliano è diventato terra di cinghiali. Nel Friuli Venezia Giulia la boscaglia trionfa, al punto che le vecchie malghe sono crollate sotto lurto di piante spaccasassi che fanno leffetto di bombe di mortaio. «Se i nostri vecchi uscissero dal cimitero, ci sparerebbero a vedere come gli abbiamo ridotto la valle» racconta Sergio De Infanti, guida alpina e albergatore di Ravascletto in Carnia. Il pascolo è finito, nei paesi intorno ci saranno si è no dieci vacche contro le duemila di cinquantanni fa. Mostra il fronte della foresta che avanza, come quella terribile di Dunsinane sotto il castello di Macbeth, prima della battaglia che lo vedrà morire. «La parola bosco non ha senso, il bosco maturo si forma in secoli, sempre con laiuto delluomo. Questa che viene avanti è boscaglia spontanea, piante in competizione per lacqua e il sole che occupano ogni spazio, si rubano nutrimento a vicenda e distruggono il sottobosco». Andiamo su per i prati sul lato nord, sopra il paese. Lunico spazio disboscato è la pista di sci che scende dallo Zoncolan. «Ho visto come comincia, dautunno, quando arriva il vento dallAustria. Se il polline è maturo e secco al punto giusto, si leva una nube gialla che in un attimo feconda i prati dove non si sfalcia più. Dopo poco tempo ecco le nuove piante». Mi porta a vedere una boscaglia cresciuta senza la mano delluomo: una pena. Piante anemiche, asfittiche, magre, stentate. Per terra non un filo derba, una fragola, un mirtillo. «Ho cominciato a metterci mano, per me è una gioia, quando tolgo le piante malate sento che il bosco mi ringrazia». Parla del suo patto con gli abeti: «Loro hanno bisogno di me e io ho bisogno di loro». Allude alla sua caldaia dalbergo, tutta a legna, che gli fa risparmiare diciassettemila euro di gasolio lanno. «La montagna è ricchezza, gli italiani lhanno dimenticato per andare a vivere di stenti in città». Saliamo a vedere il bosco del vecchio Albino De Crignis, morto un anno fa. Ha fatto il boscaiolo fino allultimo, le sue cataste sono ancora lì. Entriamo in una cattedrale di abeti solcata da spade di luce. È un altro mondo, fatto di bellezza e biodiversità. Tra le conifere ecco felci, noccioli, frassini, faggi, aceri, salici, ontani, muschi, fragole, e qua e là i rigonfiamenti delle ceppaie coperte di licheni e mirtilli. Bombardata dal mito americano della «natura incontaminata», lItalia non sente e non vede linselvatichimento che scatena incendi, spinge in città lupi e cinghiali, minaccia gli argini a ogni pioggia dautunno. «Quello che non si vuol capire», insiste il professor Conti, «è che luomo è un eco-fattore capace di arricchire il suo habitat secondo natura e in modo originale». Fa qualche esempio: il cipresso, icona della Toscana, è stato portato dallIran. Il vino dei francesi lhanno portato i romani. Il mais non è padano ma viene dal Messico. La melanzana è araba, il pomodoro peruviano. «Alpi e Appennini sono il contrario della natura primigenia. La chiave del paesaggio sono le radure e i terrazzamenti, e questi sono il risultato di un compromesso millenario fra uomo e ambiente. Ora questo si sta perdendo». Gli ultimi paradisi sono lantitesi della cosiddetta «cattedrale naturale», concetto di per sé aberrante. Le praterie del Grappa? Meraviglie artificiali. Le distese di Asiago dove la mucche pascolano fra le orchidee selvatiche? Frutto di una guerra senza quartiere contro la sterpaglia. Gli abeti di sessanta metri del Cadore? Risultato di una selezione vecchia come la Repubblica di Venezia. E che dire delle radure superstiti di Cortina dAmpezzo, altrove mangiata dal bosco e dal cemento: anchesse conseguenza di un fattore umano, gli usi civici (chiamati localmente "regole"), dove a intervenire è la comunità intera con diritti di sfalcio e legnatico, ultima trincea contro lurbanizzazione diffusa. Alla radice di tutto leconomia intensiva, che ha ucciso il rapporto di interdipendenza fra montagna a pianura. Le vacche da parmigiano non vanno più a pascolare nelle malghe appenniniche. I prosciuttifici di San Daniele non si servono più della scrofa nera che pascolava lungo la pedemontana friulana. Le mandrie bergamasche destate non vanno più in quota. I pastori dAbruzzo non hanno più tratturi liberi per transumare. Eppure il futuro delleconomia italiana, con linevitabile crisi energetica prossima ventura, è tutto lì: nel ripristino di una cultura "verticale" capace di garantire lequilibrio idrogeologico con lo sfalcio, lenergia col legnatico, il reddito grazie alla carne e alla lana, lecologia attraverso lo smaltimento sul posto del letame. Guai chi tocca la foresta, protestano i verdi integralisti. Ma lEuropa non è lAmazzonia o lIndonesia, massacrate da nuove culture e disboscamenti. Da noi gli alberi dilagano. In Germania un sito - www. landschaftswandel. com - mostra con simulazioni quale sarà, lavanzata della foresta: una pestilenza, in termini percentuali, ancora più grave della cementificazione. In Austria stanno correndo ai ripari; il Parlamento ha approvato una legge che premia chi vive in quota, con aiuti tanto più consistenti quanto maggiore è laltitudine. Forse anche noi ne avremmo bisogno, invece di limitarci a versare ampolle nel fiume più inquinato del mondo.
la Repubblica
20 Settembre 2009
La grande ombra verde. Il richiamo della foresta
PA
Paolo Rumiz
la Repubblica
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Bene culturale
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