La proprietà delle sculture disponibile a metterle in mostra in città: «Non siamo a caccia di soldi» Le chiamate arrivano un po' da tutte le parti del mondo. Un nome su tutti: il Guggenheim di New York. Chiedono, si informano, vogliono sapere. Ma insomma - eccola qui la domanda - quelle tre sculture che il carrozziere livornese Piero Carboni custodiva e che, secondo i suoi racconti, sarebbero opera di Amedeo Modigliani, si possono vedere o no? «La proprietà di queste opere non vuole speculare - risponde l'avvocato Cristina Cerrai, che rappresenta gli eredi di Piero Carboni e dello stilista Giuseppe Saracino - e non chiede soldi. Anzi, è disponibile a valutare l'ipotesi di esporle anche in città. Le famiglie ne sarebbero lusingate. Ripeto, anche senza una contropartita economica. Certo, servirebbero garanzie sulla gestione di questi oggetti». Oggetti che hanno pure un nome: la bellezza, la saggezza e la nera. Adesso sono sottochiave. Nel caveau di una banca, dopo che hanno rischiato davvero grosso. Quando fu aperto il processo a Carlo Pepi e Giuseppe Saracino per immissione di opere false sul mercato, se i due fossero stati condannati la pena accessoria sarebbe stata durissima: la confisca e la distruzione. Come si fa con la droga. Invece il tribunale di Pisa li mandò assolti. E le pietre - erano due, la terza fu recuperata dopo la morte di Saracino - rimasero un bel po' in Sovrintendenza. «Per la verità - racconta oggi l'avvocato Cristina Cerrai - fui io a chiedere che restassero lì, nell'attesa di definire l'accordo fra le varie componenti degli eredi». Da un lato il ramo Carboni-Simoncini, eredi del carrozziere e di quel "Solicchio", il Limonaio a cui il giovane Modì dette in pegno le sculture in cambio di un prestito in denaro per raggiungere Parigi, dall'altro il ramo di Giuseppe Saracino, lo stilista con cui Carboni di confidò e che diffuse questo racconto nel 1991. Poi, una volta appianati tutti i contrasti, le teste sono tornate ai proprietari. Curiosità: nessun'azienda volle trasportarle da Pisa a Livorno. «Verrebbe da chiedersi il perché, se è vero che sono false», considera l'avvocato Cerrai. Comunque, il trasporto fu organizzato con mezzi recuperati dalle famiglie proprietarie. E le pietre, prelevate da un armadio della Sovrintendenza, furono portate nella banca dove si trovano adesso. «Per la proprietà quelle teste sono vere - dice l'avvocato Cerrai - non perché abbiamo la professionalità tecnico-scientifica per dimostrarlo, ma per le testimonianze che abbiamo. Alcune firmate, altre registrate. Comunque le pietre sono a disposizione degli esperti; le valutino, si pronuncino». Racconti concordanti, secondo la proprietà, su questo rapporto fra Modigliani e "Solicchio" Simoncini, il venditore di frutta e verdura del Mercato. L'artista livornese gliene avrebbe consegnate addirittura cinque, di teste. Che secondo le testimonianze rappresentavano le grandi religioni del mondo: cristianesimo, islam, ebraismo, buddismo, indù. Ma due di queste sarebbero andate distrutte nei bombardamenti della seconda guerra mondiale, mentre il sottoscala dove erano conservate le altre due le protesse, portandole fino ai giorni nostri. Insieme alle teste ci sono anche alcuni libri: i poemi di Virgilio in latino, con note a margine. «Quelle sono di Modì, c'è una perizia», assicurano i proprietari. E ci sono anche tracce di capelli, dalle quali è possibile arrivare al dna. Giuseppe Saracino, lo stilista, morì nel 2003 dopo un'emorragia cerebrale. «Era intimamente convinto che quelle sculture fossero opera di Modigliani - conclude l'avvocato Cerrai - diceva che la verità l'avrebbero tirata fuori da sole, con la loro energia che sono capaci di trasmettere».