La cultura ambientale e gli interessi edilizi: una lettura critica Quando, nei primi anni duemila, emerse a tutto campo, nelle sue nuove dimensioni in atto e in prospettiva, il conflitto tra interessi privati immobiliari e interesse pubblico per il paesaggio furono studiosi illuminati, giornalisti avveduti ed amministratori preveggenti, a denunziare l'incompatibilità tra i due campi. Basti ricordare - a livello nazionale - lo scontro avvenuto nel 2003 tra undici ministri del governo Berlusconi e il Ministro per i Beni Culturali, Urbani, sul progetto del testo di legge-delega ambientale contenente la proposta di depenalizzare gli abusi edilizi compiuti nelle zone protette, se successivamente ritenuti compatibili (sic!). Tesori culturali e abbandono La voraginosa discrasia tra cultura paesistica, memoria archeologica, qualità dei territori, da un lato, e potere ministeriale dall'altro lato, toccherà l'abisso nel marzo del 2009 quando la sua denunzia pubblica detonerà nella polemica tra una personalità della statura di un Salvatore Settis, direttore della celebre Scuola Normale di Pisa, coerentemente dimessosi, a seguito della stessa, dalla carica di presidente del Consiglio Superiore dei Beni culturali, e la figura di un ministro della cultura tale Sandro Bondi. Il primo - così come farà il suo successore - aveva sottolineato la inderogabilità delle regole stabilite nel «Codice dei beni culturali» per i piani particolareggiati dei centri storici , e dei nuclei edilizi di antico impianto , per i piani paesaggistici e dei complessi immobiliari, edificati e non, di valenza culturale, contro la pretesa di attribuire prevalenza, su di essi, alle previsioni del c.d. Piano casa . Quasi che una attenta lettura del territorio non consentisse di contemperare le diverse esigenze, specialmente in un paese, quale l'Italia, dove le disposizioni di molti strumenti urbanistici sono macroscopicamente tracimanti, senza alcuna motivazione demografica o sociologica o produttiva, dalle previsioni scientifiche del fabbisogno edlizio effeffivo. Altri Stati europei, dalla Confederazione elvetica alla Germania, alla Francia, determinano periodicamente le percentuali del territorio assoggettabili alla espansione edilizia, nel rigoroso rispetto dei valori ambientali e delle esigenze reali della fruizione. Il prevedere ciò che accadrà appare arduo. Ma quanto è già accaduto è più che sufficiente per constatare quale è lo stato dell'arte a livello politico Gli sfregi sul Lario Analogamente, a livello locale, è forse possibile scordare gli sfregi recanti alle sponde delle rive lacuali da una edilizia non soltanto prevalentemente incolta ma, per dappiù, autorizzata da piani regolatori comunali approvati da consigli comunali condizionati dalla presenza dei diretti interessati, o comunque, indifferenti al canone etico del bene comune. Quei piani vennero approvati dagli stessi organi amministrativi sopra ordinati, in una temperie ad un tempo ideologicamente populistica e culturalmente ignava o pigra. Peraltro, obbiettività vuole, che si ricordi come nel medesimo periodo si siano levati severi richiami alla cura dell' autentico interesse pubblico e alla concreta autonomia ed efficienza della pubblica amministrazione. Chi ha osservato sistematicamente il duplice e conflittuale rapporto in atto tra i due indirizzi surrichiamati non può avere dimenticato, quantomeno, talune prove certe dell'impegno civile e politico di cui hanno dato prova alcuni organi istituzionali locali quale l'Amministrazione Provinciale, o alcune espressioni della stampa, quale il pi diffuso e autorevole quotidiano di Como. L'inchiesta giornalistica Prime cure per le ferite del lago è il titolo del fondo dedicato il 9 dicembre 2007 dal direttore de La Provincia, Giorgio Gandola, alla doverosa e ancorché parzialmente tardiva presa di coscienza del flagello edilizio che stava abbattendosi sul territorio lariano (così come stava avvenendo pressoché dovunque). Da quel testo scaturiranno due loghi - paesaggio a rischio e il lago ferito - che i collaboratori del giornale onoreranno nel quinquennio successivo fornendo una puntuale documentazione delle cause e delle proporzioni della deriva edilizia . Pochi giorni dopo la pubblicazione dell'editoriale del quotidiano, il presidente della Giunta provinciale, Leonardo Carloni, con la piena collaborazione dell'esperto, architetto Giuseppe Cosenza - protagonista coraggioso e competente di una strenua difesa dell'ambiente - e dell'assessore al territorio, arch. Stefano Valli, investe il Consiglio Provinciale del tema, sollecitando la Regione Lombardia ad assumere posizioni nette e addirittura elaborando un progetto di legge che vedeva nella Provincia «il garante dell'ambiente, in una fase di transizione in cui i Comuni, chiamati a predisporre i nuovi «piani di governo del territorio» previsti dal piano di coordinamento territoriale non sono ancora entrati in vigore (...)». Esemplare è stata la motivazione espressa dal Presidente Canoni in osservanza dell'etica pubblica: «l'ambiente» - egli ha dichiarato testualmente - «è un patrimonio collettivo che ci è stato dato in prestito. Non possiamo rovinare quello che è destinato ai nostri figli» (in questi termini mi ero precedentemente espresso nell'articolo di fondo pubblicato sul quotidiano La Provincia). Ma qualcosa si muove Lezioni inutili? Non proprio, quantomeno per quei consiglieri comunali di Como che nel febbraio del 2008, in consonanza con la petizione sottoscritta da 1.100 residenti, hanno indotto l'assessore all'urbanistica Umberto D'Alessandro a ritirare, astenuto il sindaco, la proposta autorizzare ulteriori interventi viabilistici ed edilizi che avrebbero alterato il paesaggio connotato dal bosco di Sagnino. E non proprio per quei componenti della Giunta Regionale che, nel luglio del 2009, hanno sventato il rischio della riduzione al mercato di un caposaldo della memoria religiosa e architettonica comasca. Mi riferisco alla approvazione della proposta dell'assessore al territorio e all'urbanistica di dichiarare di notevole interesse pubblico l'ambito dell'abbazia benedettina edificata nel 1086 nel territorio oggi facente parte del Comune di Vertemate con Minoprio. I confini dell'ambito coincidono con quelli del parco locale istituito all'inizio del 2008. Qualcosa, dunque, si muove.