Impresa e Cultura è un tema che può essere affrontato da tante diverse angolature. Molti di noi ricordano il dibattito che si era sviluppato in Italia sul finire degli anni Cinquanta tra gli intellettuali che gravitavano intorno alla rivista «La Civiltà delle Macchine». Oppure intorno all'esperienza olivettiana e a "Comunità". Un dibattito davvero "alto", forse una delle pagine migliori dell'Italia che usciva dalla ricostruzione e si avvicinava al miracolo economico. In cui le differenti posizioni politiche non si scontravano in polemiche faziose, ma riuscivano a delineare un certo nucleo di obiettivi condivisi. Democrazia industriale e programmazione economica erano i grandi temi. Prendevano parte i più bei nomi della cultura italiana dell'epoca. Non pochi di loro erano stati convinti da Adriano Olivetti entrare in fabbrica, a fare impresa. I più giovani, sono tuttora esponenti di spicco dell'ambiente culturale del nostro Paese. Anche se di industria e cultura non si sono, probabilmente, mai più interessati. È un peccato che quel dibattito sia venuto meno proprio in questi ultimi decenni, in cui non pochi dei valori dell'impresa l'efficacia, il merito, la flessibilità, l'attenzione al cliente e ai costi hanno permeato anche altri ambienti e altre organizzazioni. Sarebbe eccessivo dire che siano divenuti un patrimonio comune, ma è certo che alcuni di questi valori sono oggi più accettati e più apprezzali. È indubbio che, da questo punto di vista, l'impresa ha in qualche modo contribuito a "fare cultura". A fare cultura diffusa. Dedicherò onesto intervento soprattutto al patrimonio artistico e al modo in cui il privalo e l'impresa possono contribuire alla sua conservazione e valorizzazione. È sufficiente osservare come si stiano trasformando i musei e confrontarli con la situazione di vent'anni fa. Per rendersi conio che questo è un mondo in cui, pur lentamente, la ricerca di una maggiore efficienza e redditività, l'attenzione alle esigenze del visitatore stanno cominciando a farsi strada. Va riconosciuto che, nel trascorso decennio, non solo è cresciuta la sensibilità collettiva e istituzionale nei confronti della tutela del patrimonio. Ma anche vi è stato un dibattito vivace sulla sua salvaguardia e promozione. Per di più, dalla legge Ronchey in poi, si è assistito a una fertile produzione normativa con caratteristiche innovative. Si deve però constatare che a fronte di un ricco dibattilo sui beni culturali e la loro promozione, di un atteggiamento favorevole all'intensificazione della collaborazione tra pubblico e privato, di una legislazione che ha introdotto positive novità pur se qualche volta tra loro contraddittorie e spesso prive di regolamenti attuativi le trasformazioni concrete sono ancora molto, molto lente. Di questa contraddizione dobbiamo prendere atto e cercare di uscirne fuori con ragionevole rapidità e buon senso. Il patrimonio culturale ben valorizzato e ben gestito è una delle carte migliori dell'Italia del futuro, della sua immagine e anche della sua economia. Uno dei fenomeni che testimonia la maggiore sensibilità di opinione pubblica e istituzioni verso il patrimonio storico artistico è la nascita di molti nuovi musei locali. Una tendenza che è emersa con forza nell'ultima metà degli anni Novanta : che prosegue con vigore anche aggi. Tendenza assolutamente positiva, perché dimostra un rinnovato attaccamento alle proprie radici, al territorio e alla sua promozione. Promozione come stimolo al turismo, anche se, non di rado, quella del turismo è un'aspettativa alquanto sopravvalutata, specie per piccoli e non troppo originali musei. Promozione del territorio, soprattutto, verso un pubblico provinciale e regionale: come strumento d'uso intelligente del tempo libero, coinvolgimento di scuole, rafforzamento dell'identità e del senso d'appartenenza alla comunità. Premesso dunque che è ottima cosa l'apertura di nuovi musei locali o di piccoli musei volti a valorizzare nicchie particolari del "come eravamo" (collezioni di oggetti artistici o semplicemente "curiosi" lasciale da singoli privali), appare altrettanto evidente che si porranno, in breve tempo, problemi non piccoli di costi, di manutenzione, di afflusso decrescente di visitatori. Se non si tralla di musei di impresa, è piuttosto difficile trovare un privalo che sia mecenate o sponsor di piccoli musei locali. È verosimile che l'onere ricada principalmente sugli enti locali. Il rischio è, in primo luogo, che questi musei minori, pur se realizzali con grande impegno, spesso con entusiasmo e notevole onere economico, conducano una vita asfittica. Per circoscrivere questo rischio l'unica via è dimenticare i campanilismi e dare rapidamente vita a sistemi museali di area. Il più antico sistema museale è inglese. Ha oltre un secolo di vita e riguarda la contea del Somerset: un territorio non più vasto della Valle d'Aosta. Nel Somerset non c'è la Tate Gallery. Ci sono una dozzina di musei minori: di cultura materiale alcuni, più un museo archeologico e la collezione di un Ammiraglio nativo del luogo. Eppure il sistema funziona e ha acquisito una tale capacità di promozione da giustificare un impiego stabile per le 22 persone che vi operano. E un pubblico di visitatori che proviene da tutta l'Inghilterra. Esempi concreti cominciano a esistere anche da noi. A Torino con la rete degli eco-musei provinciali e, più di tutto, con l'abbonamento annuale a tutti i musei dell'area, grandi e piccoli, famosi o quasi sconosciuti, statali o comunali o privali. Che ha moltiplicato le presenze. In Umbria, dove il sistema museale regionale esiste da diversi anni e, oltre ad altre caratteristiche, ha quella di fornire i cataloghi e le pubblicazioni a ciascun museo della rete. In Friuli e più specificamente in Gamia: dove tutte le raccolte espositive sono collegate da un biglietto forfettario e, ciò che più conta, collegate nella stagione estiva da un servizio di autobus-navetta. In Toscana, dove si stanno realizzando il sistema della Valle Cornia, del Mugello, di San Miniato, della Valdera. Per non parlare di esempi stranieri, a cominciare da quello della Norvegia: che è gestito dal ministero dell'Istruzione e dalle sue articolazioni decentrate e che ha raggiunto nel 2000 un risultato che ha dell'incredibile. I visitatori dei musei norvegesi scuole in primo luogo hanno quasi eguagliato il totale della popolazione norvegese: circa cinque milioni. Oppure dal sistema museale delle Fiandre, con la catalogazione unificata di tutte le collezioni della regione e con gli standard minimi di servizi che ogni museo deve garantire per fare parte della rete o usufruire dei fondi pubblici. O il sistema dei Castelli dei Paesi Catari in Francia. È il cosiddetto sistema del Ping Pong, dove ogni sito "rilancia" il visitatore su un altro castello, con un biglietto unico e l'illustrazione di affinità storielle e differenze architettoniche o artistiche che lo caratterizzano. Ciascuna delle 100 province italiane ha un patrimonio museale ben più rilevante della Contea del Somerset. Si tratta di organizzare e collegare i musei, di farlo presto e di dare a ciascuna rete di musei un motore promozionale e organizzativo efficiente. I 3.500 musei italiani sono tanti. Ma il know how di chi sa gestire bene imprese di servizi può essere prezioso per formare, anche da noi la figura del "promoter" che sa progettare e condurre reti museali di area o di settore, coordinare il merchandising, le pubblicazioni, le facilità di accesso e trasporto. Questo ultimo accenno introduce al problema della gestione imprenditoriale dei beni culturali. Sono sempre stato abbastanza prudente sul tema della gestione dei musei da parte dei privati. I musei, anche i più celebri, difficilmente si reggono economicamente su basi di solo mercato. In ogni caso il "grande" privato potrebbe eventualmente avere un interesse a condurre un "grande" museo o un bene culturale di grande spicco internazionale. Più per prestigio e immagine che per redditività. È il caso di Palazzo Grassi. Potrebbe essere il caso dei 3-4 nuovi grandi musei da realizzare in Italia, secondo una proposta che periodica-mente riemerge, per poi essere dopo poco dimenticata. Sono invece assolutamente convinto del fatto che tutti i beni culturali, musei "in primis", debbano essere gestiti in termini imprenditoriali. Il museo deve creare eventi. Deve cogliere le opportunità che si offrono. Deve attrezzare la propria offerta non solo per segmenti di pubblico, ma anche ricercare le nicchie di potenziali fruitori. Deve creare circuiti: sia di opere d'arte, sia di visitatori. È certamente un discorso di formazione. In America i Master in "Business Management of the Arts" esistono da vent'anni. Anche da noi corsi di laurea in beni culturali e specializzazioni in gestione dei beni culturali sono sorti numerosi in questi ultimi sette-otto anni. Mi auguro che diano un'ottima preparazione. Non solo una formazione per partecipare ai concorsi per le Soprintendenze. Il rapporto pubblico-privato in questi anni in Italia ha fatto passi avanti notevoli. I casi realizzati sono già significativi: si pensi, tra i tanti esempi possibili, al Fai, al museo castello di Rivoli per l'arte contemporanea o al "Pecci" di Prato. Si sono attuati, nonostante le condizioni al contorno fossero difficili. Perché, fino a oggi, l'intervento dei privati ha assunto la forma di contributo manageriale alla gestione, oppure di donazione, mecenatismo, qualche volta di sponsorizzazione (si pensi agli interventi della Consulta di Torino per i restauri di edifici e monumenti di rilevanza storica). Senza cioè alcun incentivo fiscale o con incentivi minimi. Questo è il motivo per cui alcuni pur ottimi meccanismi operativi predisposti dalla legislazione dei passati governi per favorire la collaborazione dei privati cito, tra gli ultimi in ordine di tempo, le fondazioni di partecipazione hanno prodotto risultati modesti. Per non dire molto modesti. Oggi pare delinearsi una grande opportunità, aperta dalla nuova legge che amplia le possibilità di defiscalizzazione per i contributi dei privati al "non profit" e, principalmente a cultura, arte, musei. Ho sempre sostenuto che il vero salto di qualità nel rapporto impresa-cultura sarebbe avvenuto quando l'Italia si fosse dotata di una legislazione in materia in qualche modo simile a quella degli Usa. Dove anche grandi ospedali e grandi università sono finanziate dai privati: che, su queste risorse messe a disposizione dell'interesse collettivo, non pagano tasse. Mi pare che il momento sia giunto. Il 21 novembre 2001, a Mantova, era una sera di nebbia. Umberto Agnelli era atteso al Teatro Bibiena per una conferenza sul tema «Impresa e Cultura», nell'ambito delle manifestazioni promosse dal Festivaletteratura. L'appuntamento cadeva nel pieno delle discussioni sull'articolo della legge finanziaria che prevedeva l'ingresso dei privati nella gestione dei musei. Ma le proibitive condizioni atmosferiche costrinsero l'aereo di Agnelli a invertire la rotta e tornare a Torino. Dopo la scomparsa del presidente della Fiat, pubblichiamo il testo di quella conferenza, che tocca temi ancor oggi al centro del dibattito politico. In particolare, i problemi dei musei locali in Italia e all'estero, il rapporto tra pubblico e privato nell'ambito dei Beni culturali, la formazione del personale dirigente dei musei e il regime fiscale degli investimenti in cultura.