Il congedo del soprintendente Strinati: Penso positivo Un po' di nostalgia, certo, ma in questo senso io sono come Jovanotti: Penso positivo. E poi durante il trasloco si ritrovano libri che si credevano perduti». Claudio Strinati è contornato dagli scatoloni nel suo ufficio di palazzo Venezia, che sta per lasciare per il ministero, al Collegio romano. Lo storico dell'arte si affaccia alla finestra. E, nel giorno del suo sessantunesimo compleanno, guarda avanti: «Lo dico con sincerità, io dal cambiamento mi sento dinamicizzato". Ha preso in mano la soprintendenza di palazzo Venezia 18 anni fa, Ora che è maggiorenne, cosa augura alla sua creatura ? «Ciò che si augura ai figli anche quando sono bambini: di seguire la propria missione, il proprio destino". Dieci anni da soprintendente al patrimonio. Poi nel 2001 la guida del Polo museale romano che da due anni ha ripreso in mano anche la tutela del territorio di Roma. E' tempo di bilanci: qual è il suo vanto e quale il suo cruccio? «La Galleria Borghese. Era una pena che fosse chiusa, mortificata da una miriade di problemi. Io ho partecipato, con altri, alla sua riapertura nel 1997. Ed è una gioia vederla funzionare così bene, grazie all'impegno di chi vi lavora". E il cruccio? «Aspetti, ho un altro vanto. Aver contribuito alla rinascita della Galleria nazionale a palazzo Barberini trovando una soluzione degna per il circolo ufficiali che, dopo sessant'anni di coabitazione, hanno finalmente lasciato saloni e stanze. Oggi è un incanto vedere che questo contenitore meraviglioso è un cantiere in pieno fermento". Nessun rammarico, quindi? «Un cruccio ce l'ho. Vede, io sono uno storico dell'arte ma mi sono sempre occupato anche di musica. E fin da quando ero giovane ispettore del ministero mi ripromettevo di dare una mano al Museo degli strumenti musicali, a Santa Croce in Gerusalemme, nato grazie all'impegno di una persona straordinaria come Luisa Cervelli. Ora che lei non c'è più, il museo è ben diretto da Antonio Latanza. Ma io non mi perdono di non essere riuscito a valorizzare e a far conoscere come si deve questa straordinaria raccolta di 3000 opere". Sono anni che a palazzo Venezia si tiene la Biennale di antiquariato. Lei aprì per la prima volta i saloni ai mercanti dell'arte. E ancora convinto della bontà dell'idea? «Certo. Abbiamo istituito una commissione scientifica che garantiva sulle scelte degli antiquari. Eppure il primo anno ci furono delle critiche. Ma mai nulla è stato macchiato da dubbi e dal sospetto di commerci illeciti. Ho voluto portare verso il palazzo attività legate all'arte che non si parlavano: antiquari, soprintendenti, docenti universitari hanno lavorato e lavorano proficuamente insieme". Il Polo museale è un istituto autonomo, con un suo bilancio. Lascia i conti a posto? "Il cda, composto da una direttrice amministrativa, l'ottima Carmela Lantieri, da uno storico dell'arte anziano, e da me, ha funzionato piuttosto bene. E ora il bilancio è sano". Come avete fatto? «Il Polo deve portare i soldi in cassa. E l'abbiamo fatto attraverso i biglietti, il merchandising, gli sponsor. Ma un contributo consistente è venuto dalla concessione ad uso temporaneo degli spazi museali, come Castel Sant'Angelo e Palazzo Venezia". Qui abbiamo assistito spesso anche a mostre d'arte contemporanea non all'altezza di un museo statale. "E' una critica che rispetto. Ma faccio notare che, per quanto riguarda ad esempio palazzo Venezia, le personali sono avvenute nell'ambiente della biglietteria a piano terra. E' stata una forma discreta di finanziamento che ci ha permesso di introitare legittimamente un canone d'affitto".