Appare fin troppo ricco, soprattutto in tempi di bilanci pubblici magri, il programma varato dal governo per i 150 anni dell'Unità d'Italia, che 11 ministro dei Beni culturali Sandro Bondi ha presentato l'altro ieri al comitato dei garanti presieduto da Carlo Azeglio Ciampi. Vi si trova un po' di tutto: la creazione di cori nelle scuole, il «Tg del Risorgimento» e apposite fiction della Rai, l'antologia degli statuti comunali, una Maratona televisiva per l'Italia sul modello di Telethon, il censimento dei dizionari dialettali e anche una simbolica «riconciliazione tra piemontesi e borbonici». In tanto pullulare d'iniziative, che ricorda molto i fasti dell'effimero culturale e dei festival, nessuno spazio è stato tuttavia dedicato, almeno finora, al tema fondamentale degli strumenti necessari per lo studio e l'approfondimento della storia d'Italia. Il passato non si può ricostruire senza documenti e la pessima condizione di archivi e biblioteche meritava una maggiore attenzione. Basti pensare che l'Archivio centrale dello Stato, depositano principale della memoria nazionale, funziona da tempo a scartamento ridotto, con problemi gravissimi per gli studiosi che lo frequentano: può capitare perfino di trovare un ufficio chiuso quaranta minuti dopo quello che sarebbe l'orario ufficiale di apertura. Né versano in condizioni migliori le Biblioteche nazionali di Roma e Firenze, obbligate a ridurre sempre pi i servizi al pubblico, come ha di recente documentato sul «Corriere» (7 giugno) un'inchiesta di Paolo Di Stefano. Naturalmente queste istituzioni hanno problemi strutturali che richiedono risposte di lungo respiro, ma il centocinquantesimo anniversario dell'Italia unita sarebbe l'occasione propizia per avviare il loro indispensabile rilancio. L'identità culturale di un Paese può vivere e crescere se viene coltivata pazientemente giorno dopo giorno nelle sedi deputate alla ricerca e allo studio. Limitarsi a celebrarla in termini pi o meno spettacolari significa condannarla al declino.