Soltanto un romanziere con vena surreale avrebbe potuto immaginare lincontro, ieri mattina a Roma, tra un parterre di illustri studiosi e il ministro dei Beni Culturali. Si deve discutere dellunità dItalia, mentre una parte rilevante del governo insulta il Risorgimento invocando la secessione. E lo stesso premier raccomanda dal palco di Atreju la lettura di un saggio di Angela Pellicciari, che in sostanza liquida il moto risorgimentale come movimento di odio verso la Chiesa. Il dubbio è serpeggiato ieri mattina tra gli storici. Ma cè la reale volontà politica di celebrarla, questa bistrattata unità dItalia? E in quale chiave rendere omaggio alla storica data? Occorre concentrarsi soltanto sulle origini del processo unitario o bisogna includere passaggi fondamentali del Novecento come le guerre, il fascismo, le origini della Repubblica, la Costituzione? Definita da tutti come «interlocutoria», civilissima e pacata, la riunione dei garanti per le celebrazioni dellUnità dItalia ha rivelato non poche perplessità in merito alla bozza illustrata dal ministro. Linee-guida ancora molto generiche, ha precisato lo stesso Bondi, che dunque hanno bisogno di ulteriori apporti (su questo lavorano alcuni discussant per la successiva data del 28 settembre), ma che mostrano già da ora unindiscutibile condizionamento della Lega. «Ne affiora unidea povera del Risorgimento», dice Simona Colarizi, storica contemporaneista, «che rischia di privilegiare una storia localistica rispetto alla storia nazionale. Non è casuale lattuale valorizzazione del federalismo, che invece mancava totalmente dalle celebrazioni di cinquantanni fa». E il bizzarro accostamento tra la grande scuola laica di Carlo Cattaneo e il disegno neoguelfo di Vincenzo Gioberti, già annunciato dal ministro Bondi in una lettera a Repubblica lo scorso anno? «A parte una battuta fugace, non ne abbiamo parlato», dice Giuseppe Talamo, apprezzato risorgimentista. «Il problema per ora non si pone: escludo che il ministro possa confondere personaggi così diversi». Si è a lungo discusso se sia opportuno concentrarsi solo sulle origini del processo unitario, oppure sia necessario includere i passaggi fondamentali del XX secolo, tesi questa sostenuta dai contemporaneisti presenti allincontro. «Ma se ci fermiamo alle origini», dice la Colarizi, «dobbiamo allargare la lente a ciò che accadeva in Europa, al principio dei diversi stati nazionali. Al contrario, il rischio è di chiudersi in un municipalismo molto miope». Non persuade neppure il «censimento dei numerosi dizionari dialettali che fiorirono dopo lUnità», anche questa evidente concessione ai mal di pancia di Bossi. «Perché non concentrarsi sullunità linguistica?», obietta Colarizi. Ma a parte queste suggestioni dello spirito del tempo, quel che manca - a parere di molti - è unidea di fondo che dia unomogeneità alle celebrazioni. Su scelte culturali definite sembra prevalere lintento spettacolare, con le fiction tv e il Tg del Risorgimento, annunciati nella bozza. Ma sui contenuti, dicono i garanti, è ancora tutto da decidere. Lunica certezza, la penuria dei fondi e soprattutto di tempo. Il varo è nel 2011, praticamente domani.