di FRANCESCO DI DONATO Nel quadro dei preparativi per supportare la candidatura di Benevento come patrimonio dell'Unesco, il recente restauro dell'interno della famosa chiesa di Santa Sofia assume un significato particolare e un'importanza determinante. La splendida chiesa di Santa Sofia, uno dei simboli forti del sentire e dell'identità beneventana che porta alla luce le radici della Longobardia meridionale, è un edificio a pianta complessa: in parte semicircolare (nell'abside) e in parte stellare sulle fiancate laterali. Assieme ad essa, il bellissimo chiostro medievale, con gli alabastri che riflettono sfumature aeree e pensieri profondi di chi ha fortuna e tempo per intrattenersi nei loggiati liminari e percorrerlo a lenti e regolari passi; e l'attiguo Museo del Sannio, colmo di reperti archeologici di epoca sannitica e romana, costituisce una tappa obbligate per il moderno Odisseo, anche il più frettoloso, divorato dalla smania di «vedere», in realtà per non profondere o addirittura per distogliere lo sguardo della mente e dello spirito dall'oggetto che lo spinge a fermarsi e a pensare. Ora, il restauro della chiesa, finanziato dal Comune e realizzato, su un progetto del Ministero dei Beni Culturali, sotto l'oculata direzione dell'architetto Pasquale Palmieri, restituisce quelle antiche sensazioni ai dimoranti tra le mura dell'edificio. Condotto all'insegna della sobrietà e ispirato a una filosofia dell'intervento minimo, mirante al recupero non invasivo, il restauro ha puntato molto sulla tenuità cromatica e sui riflessi naturali dei materiali impiegati, destinati a sposarsi con l'antico. Il pavimento che ha sostituito il vecchio marmo logoro e inopportuno è un semplice battuto dalle venature rosee che fanno da perfetto pendant agli antichi intonaci delle pareti e che richiamano i mosaici primigenii andati perduti. All'interno l'atmosfera è circonfusa di un'aura suggestiva anche grazie ai giochi della luce, franta dalle colonne disposte con regolare irregolarità ed emergenti ciascuna dal proprio basamento grazie a un sapiente incavo quadrangolare che ha loro restituito spessore e nel contempo slancio verticale. La ripulitura degli archi ha fatto emergere, con sconosciuta nettezza, lo stile romanico con i tipici laterizi rossicci che richiamano vagamente la Mezquita (moschea, oggi cattedrale cristiana di Santa Maria) di Cordova più che l'assetto estetico di un tipico tempio cristiano occidentale. Come quel grande monumento andaluso, la costruzione di Santa Sofia iniziò nell'VIII secolo (tra Gisulfo e Arechi II), quando le influenze bizantine e più in generale ellenistiche non erano state ancora del tutto spente dai rigidi schematismi teosofici del medioevo cattolico-romano. Non a caso il «sofianismo», termine che riprende nella cultura russa moderna, da Solov'ëv a Florenskij a Bulgakov fino ai poeti simbolisti, quelle suggestioni «orientali », è il filone che più accentua la linea gnostica, esaltando il momento panteistico (e un po' anarchico) della fede. L'esatto contrario, quindi, del modello «ultrateverino », verticistico, monistico, dogmatico, affermatosi come la struttura socioreligiosa dominante fino allo «strappo» riformatore del XVI secolo e poi destinato a trionfare nel controriformismo tridentino in reazione a quel decisivo momento alternativo. Quel modello trovò poi, per paradosso, proprio nella Benevento pontificia la sua inalterabile enclave . Nei secoli «moderni» la città, in controtendenza all'Europa, si chiuse a riccio in quella identità tradizionalistica e conservatrice, esasperando tratti caratteriali che la permearono fino al midollo, con influenze ancora oggi più che evidenti. Santa Sofia rappresenta l'unica, preziosa testimonianza che eccezioni a quel modello romano ve ne furono nell'Europa mediterranea, ed è perciò il monumento che più di tutti è destinato a favorire simbolicamente la rinascita della città e il superamento degli stereotipi psicologici che hanno dominato per diversi secoli la mentalità beneventana e che costituiscono forse l'ostacolo maggiore a un pieno inserimento della città e del suo territorio nel flusso (economico, ma non solo economico) dell'organizzazione moderna. Moderna perché radicata nell'antico. Da questo punto di vista, l'inserimento nel patrimonio Unesco potrebbe rivelarsi decisivo. Certo, resta l'enorme problema della facciata, «restaurata» (si fa per dire) alcuni anni fa da una dissennata mano livellatrice che ha occultato le splendide nervature preesistenti per sostituirle con un orripilante e anonimo intonaco giallino da casa popolare. Uno stupro. Parzialmente recuperato da quest'odierno restauro degl'interni, di tutt'altra efficacia. Così come resta il problema dell'adeguamento degli arredi, a partire dal tamburo dell'atrio che oggi, dopo il restauro, risalta ancor più per la sua ingenua (ma non innocua) bruttezza. Che desiderare di più, se arrivasse quest'agognata decisione dall'esterno, volta a premiare una terra così relegata e marginalizzata dalle politiche (e dai finanziamenti) regionali e nazionali? Un altare disegnato da Mimmo Paladino? Se ne sta discutendo (ma speriamo non troppo a lungo e che si passi dai pourparler alla committenza de facto ). Ma forse anche solo che i ragazzini quelli che Elsa Morante voleva salvassero il mondo scegliessero per giocare a pallone altri luoghi della città, evitando di scagliare le loro coloratissime sfere di lattice sul prezioso lunotto aureo con San Mercurio che sovrasta il portale d'ingresso. Forse qualche loro insegnante dovrebbe pur premurarsi di spiegare a quegl'ignari allievi, il cui «romore » è tutt'altro che «lieto», in quel tenue contesto, il valore interiore di un'opera d'arte come quella e che cosa significhi, anche in termini di qualità della vita urbana, sentire dentro di sé il rispetto per un bene architettonico antico. Eppure un insospettabile vantaggio ce l'hanno anche quei piccoli e scalmanati sognatori d'imprese-sportive-da-sagrato: dai e dai, a furia di sbattere saettanti pallonate, l'orribile intonaco giallino sta cedendo; prima o poi (si spera al più presto) dovrà proporsi di nuovo il problema di un ri-restauro della facciata. E allora (si spera sempre) che non ci rimettano mano gl'innominabili «tecnici» delle soprintendenze. Si lasci fare più discretamente a chi ha saputo così discretamente ed efficacemente restaurare l'interno. Che non sia proprio vero, allora, che, a fronte dell'inerzia e della pavidità degli adulti, invischiati nei loro fangosi giochi di potere, il mondo (delle opere d'arte) sarà salvato insospettabilmente da quegli imberbi «selvaggi » in sedicesimo e dalle loro gommose e tutt'altro che inoffensive silurate?
BENEVENTO - Santa Sofia rivive
Il restauro della chiesa di Santa Sofia a Benevento, finanziato dal Comune e realizzato dal Ministero dei Beni Culturali, ha restituito antiche sensazioni ai dimoranti nell'edificio. Il progetto, condotto dall'architetto Pasquale Palmieri, ha puntato sulla tenuità cromatica e sui riflessi naturali dei materiali impiegati, destinati a sposarsi con l'antico. Il pavimento nuovo è un battuto dalle venature rosee che richiamano gli antichi intonaci delle pareti. L'atmosfera interna è circonfusa di un'aura suggestiva grazie ai giochi della luce. Il restauro ha fatto emergere lo stile romanico con i laterizi rossicci che richiamano la Mezquita di Cordova.
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