L'escursione al Museo Nazionale di Paestum si è rivelata, la settimana scorsa, una profonda delusione. Visitando i giardini alla ricerca della straordinaria opera di Carlo Alfano, un desolante spettacolo è caduto sotto i nostri occhi. Lo stato di totale abbandono era completo: la fontana rischia di essere cancellata dalla sua sede naturale per la mancanza di una sia pur minima manutenzione. Il degrado comincia dalla basamento: nella vasca, ricoperta da tasselli rettangolari come strisce di marmo bianco e nero, da tempo immemorabile non funziona più il sistema di circolazione idrica, elemento indispensabile per la comprensione del lavoro, pensato seguendo i criteri dell'astrattismo concettuale o, come ritiene per esempio Lea Vergine, con un riferimento alla optical art . In ogni caso, stiamo parlando di un capolavoro di arte contemporanea. Per cui, mentre si assiste impassibili alla possibile distruzione del «Tuffatore » di Carlo Alfano, diventa utile rammentare brevemente la nascita di quest'opera, voluta da Mario Napoli, uno dei più colti intellettuali italiani del XX secolo, capace di coniugare archeologia classica e arte contemporanea. Tutto comincia nel fatidico anno 1968. Proprio allora, Mario Napoli annunciava al mondo di aver scoperto un'importante e unica pittura greca, sulla Tomba del Tuffatore ritrovata negli scavi archeologici a Paestum. Da qui nasce il fecondo rapporto tra il famoso archeologo che allora insegnava arte contemporanea all'Accademia delle Belle Arti di Napoli e Carlo Alfano, uno dei suoi allievi più attenti. La gestazione durò quattro anni: finalmente, nel 1972, nel giardino del Museo, proprio al cospetto della Tomba del Tuffatore, fu inaugurata, sorprendendo un po' tutti gli studiosi classici, l'opera di Alfano. Mario Napoli, che dopo la scoperta era diventato uno studioso famoso in tutto il mondo, da New York a Tokyo, come testimoniano le pubblicazioni dell'epoca, sfidando la tradizionale avversione dei passatisti, volle che un'opera di un artista astratto che potesse dialogare con una pittura funeraria del V secolo avanti Cristo. La creazione progettata da Alfano, in un fitto dialogo con Mario Napoli, si compone di cinque cinque cilindri di differenti altezze poggiati su una piattaforma tassellata di marmo bianco e nero che forma la base optical della fontana. Tre di questi poligoni sono di acciaio, gli altri due di plexigas, riempiti di silicone per produrre trasparenze dorate che prendono luce dalle diverse posizioni dei raggi solari. Un sesto cilindro, oggi nascosto dai rami e dal fogliame, è situato all'esterno della fontana e in solitudine sembra dialogare con il resto delle geometrie. Che si trattasse di un'opera delicata, realizzata con materiali soggetti a usura, lo testimonia l'impeccabile restauro progettato dall'architetto Raffaele D'Andria. Siamo nel 1992, e la soprintendente dell'epoca Giuliana Tocco, appassionata di arte contemporanea, desiderò che l'opera di Alfano tornasse all'originale splendore. Da allora è passato molto tempo e dobbiamo registrare con rammarico che l'arte contemporanea non trova più ospitalità a Paestum: si è cominciato con il Cavallo di Paladino che, dopo dieci anni, è stato trasferito a Fisciano, e si continua ora con la fontana di Alfano. Anche Gillo Dorfles, soggiornando a Paestum nel luglio scorso, ne aveva condannato l'abbandono.
NAPOLI - Sos, stanno per distruggere la fontana di Alfano a Paestum
La settimana scorsa, un visitatore ha constatato lo stato di abbandono del giardino del Museo Nazionale di Paestum, in particolare della fontana di Carlo Alfano, opera di arte contemporanea. La fontana, creata nel 1972, è stata trascurata e rischia di essere cancellata dalla sua sede naturale. La base della fontana è stata coperta da tasselli di marmo bianco e nero, ma il sistema di circolazione idrica non funziona più. La fontana è stata realizzata da Carlo Alfano, allievo di Mario Napoli, che aveva scoperto una pittura greca sulla Tomba del Tuffatore ritrovata a Paestum.
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