Un'unità fatta con la violenza Risorgimento da riscrivere «Non la metto certo in discussione, ma fu una riunificazione drammatica, pensata ai danni della Chiesa e voluta da una élite antitaliana». Mazzini? Un manovratore rivoluzionario dall'estero. Cavour? Un genio ma illiberale. Garibaldi? In Perù trasportava guano e cinesi. Che effetto fa essere citata dal premier? Naturalmente sono lusingata, all'epoca feci una trafila editoriale di un anno e mezzo per stampare il libro, ricevetti molti rifiuti anche scritti. Mi rivolsero persino accuse pesanti. E allo stesso tempo sono estremamente sorpresa perché la storiografia ufficiale ha sempre negato la realtà drammatica del Risorgimento, e quindi che la citazione sia istituzionale, cioè venga dal presidente del Consiglio è un fatto storico. Quella di Berlusconi è una citazione molto coraggiosa. Nello stesso contesto, il premier ha raccontato di aver chiesto perdono per le efferatezze Compiute dagli italiani in Libia. Il mio auspicio è che come è stato trovato coraggio per la Libia, si possa riuscire a chiedere perdono ai cattolici dell'800 per come sono stati calunniati e maltrattati. Esiste un altro Risorgimento? i fatti sono andati diversamente da come sono stati raccontati, l'unità d'Italia nasce da un peccato originale. Non metto in discussione l'unità italiana e il suo valore, ma voglio dimostrare che il processo di unificazione è stato portato avanti da una élite profondamente antitaliana. La citazione di Berlusconi però non riguarda L'altro Risorgimento (Piemme), ma l'altra mia pubblicazione, Risorgimento da riscrivere (Ares). C'è una differenza sostanziale. Risorgimento da riscrivere è un testo scientifico dove le note addirittura sopravanzano il testo. L altro Risorgimento è divulgativo, e non poteva essere scritto se non fosse esistito il primo, con tutta la mole impressionante di citazioni e documenti, tra cui le trascrizioni dei dibattiti nel Parlamento subalpino dove si preparava un attacco violentissimo all'Italia cattolica. Il tentativo di risolvere il patrimonio culturale sociale e religioso della nazione ha portato all'emigrazione, alla volontà di riscrivere i connotati nazionali, lacerando il Paese fino alla sciagura della Prima guerra mondiale, con centinaia di migliaia di morti. E infatti, come per le chiese, un'altra cosa ci accomuna: i monumenti dei caduti della Prima guerra mondiale. Alla sbarra ci sono sempre Mazzini, Garibaldi e Cavour. Agli inizi degli anni 90, durante un Meeting di Cl, Vittorio Messori auspicava addirittura una Norimberga del Risorgimento. Sono per personaggi diversi, da non accomunare. lndro Montanelli ha scritto un libro piacevolissimo sulla genesi delle lotte risorgimentali dove Mazzini viene restituito come un sacrificatore di vita altrui, un manovratore rivoluzionario che viveva però all'estero. In un testo del 1832 Mazzini definisce l'unificazione un fatto violento, ci si deve impossessare in maniera violenta del potere. Garibaldi era un personaggio dal basso spessore culturale. In Perù organizzava i viaggi della nave Carmen, all'andata trasportava guano per poi tornare con i cinesi. Ma è una storia rimossa, e raccontata in un libro introvabile di De Vecchi. E Cavour? Cavour era un personaggio eccezionale, disposto a sacrificare qualsiasi idea di coerenza per raggiungere l'obiettivo che si era proposto. L'ho raccontato nei panni sporchi dei Mille, l'invasione del Regno delle Due Sicilie nelle testimonianze di La Farina, Pellion, Boggio edito da Liberal di Adornato. La spedizione venne organizzata a tavolino da Cavour e dall'ex mazziniano La Farina, convinto che bisognasse seguire la monarchia sabauda. Nelle tante lettere private di La Farina, che non è un personaggio marginale ma uno degli artefici dell'unità d'Italia, si racconta che tutte le mattine per quattro anni, dal 1856, due tre ore prima dell'alba, nella stanza di Cavour organizzavano l'invasione delle due Sicilie. Ma Cavour non voleva che si sapesse. «Guardi che se viene fuori io la rinnego come Pietro», perché ufficialmente il regno di Sardegna passava per un regno pacifico, mentre fomentava violenza. Cosa si può fare per superare questa rimozione? Le fonti, vanno studiate le fonti. Io sono partita dai dibattiti del Parlamento subalpino, discorsi, corrispondenze varie, resoconti di viaggi ufficiali, circolari. Un testo fondamentale per l'800 italiano ma praticamente introvabile sono le Memorie per la storia dei nostri tempi, dal Congresso di Parigi nel 1856 ai primi giorni del 1863 di don Giacomo Margotti, una poderosa opera di duemila pagine di citazioni, interventi, articoli di giornali stranieri. Esiste una copia a Palazzo Caetani. Bisogna andare ai fatti. Per fare l'italia è stata infranta la Costituzione, lo Statuto del 1848. Anche le logge massoniche e i giornali liberali denunciavano la pretesa di voler affrancare gli italiani dalla una presunta schiavitù cattolica. Se per l'Unesco abbiamo più del 60 per cento del patrimonio culturale del pianeta, non lo dobbiamo certamente al Risorgimento. Che fossimo schiavi del cattolicesimo era una falsità. Secondo lei ha senso la divisione tra destra liberale e reazionaria? No, è solo una cosa ideologica. Vediamo i fatti. il primo articolo dello Statuto (che entra in vigore il 4 marzo 1848) dichiara: «La religione cattolica apostolica e romana è la sola religione di Stato». Ma poi il regno abolisce la personalità giuridica degli ordini. In Senato, nel pieno del dibattito che va avanti da sei mesi fino al maggio 1855, sulla legge per la soppressione dell'ordine dei mendicanti e contemplativi -- cioè francescani, domenicani e suore di clausura - (con relativo incameramento di beni), Cavour ha sempre sostenuto che il provvedimento fosse popolare presso l'opinione pubblica. Quando però al Senato, il maresciallo Della Torre gli ribatte che non è vero, che le chiese sono ovunque stracolme di fedeli che pregano perché la legge non veda la luce, che lui vede tutti che pregano in chiesa, Cavour risponde così: «Mi stupiscono molto che l'onorevole maresciallo citi l'opinione di persone e masse che non sono e non possono essere rappresentate legalmente». Quindi per Cavour, quello che pensava allora il 98 per cento della popolazione non contava. E noi lo definiamo liberalismo? Rispetto a questo scandalo, le definizioni saltano tutte. Bisogna tenere conto di cosa è stato fatto. E in nome di cosa. Una crisi liberale che ha portato fino alla Prima guerra mondiale? Non sono urna storica del fascismo o della Prima guerra mondiale, sono solo una specialista del Risorgimento, la mia è solo una opinione. Il liberalismo con i disastri della Prima guerra mondiale non funzionava più. Il fascismo è la conseguenza ovvia del disastro liberale, salviamo il salvabile tramite un volto nuovo, quello di Mussolini. Le circolari del Grande Oriente parlano di una partecipazione voluta in contrapposizione alla morale cattolico-pacifista. Bisognava cementare l'Italia come popolo di guerrieri, ma al prezzo di seicentomila morti, venne distrutta l'economia del Paese. L'antefatto In preparazione per l'anno 2011 del centocinquantenario della storia d'Italia consiglio a tutti, ragazzi e meno ragazzi di andare a rivedere la nostra storia degli ultimi 150 anni, è stata raccontata in una maniera diversa dalla realtà e quindi credo che per una esigenza di verità, sia bene per tutti andarsi a rinfrescare la memoria e correggere quello che è stato scritto erroneamente. L'invito è di Silvio Berlusconi che ospite di Atreju ha consigliato alla platea di giovani il libro di Angiola Pellicciari Risorgimento da riscrivere e quello di Sandro Fontana Le grandi menzogne della storia contemporanea .