Venti sale per quattrocento capolavori della scultura antica. Tra essi, meraviglie come l'Apollo di Casa Sassi, l'Eros del Bufalo, l'Antinoo Farnese, la Venere Callipigia o il gruppo del Toro Farnese. Il due ottobre, al pian terreno del Museo Archeologico di Napoli, dopo più di un decennio di lavoro e ricerche, il riallestimento della Collezione Farnese sarà dunque inaugurato dalla nuova soprintendente archeologa di Napoli, Mariarosaria Salvatore. E per la prima volta, da quando nel 1732 la raccolta arrivò nelle sale di quello che all'epoca era il Palazzo degli Studi, «tutte le sculture saranno inserite in un discorso organico - osserva Valeria Sampaolo, responsabile del museo napoletano - che non prevede future immissioni di quei pezzi in altre collezioni». Vale a dire che nessuna opera tra quelle che fanno parte del nuovo allestimento sarà più mescolata alle altre che provengono dagli scavi vesuviani, dalla Campania o da altre collezioni napoletane. Insomma tutto il contrario di come invece avvenne quando i reperti giunsero a Carlo di Borbone che li ereditò dalla madre, Elisabetta Farnese. Allora, difatti, si pensò di fare dell'Archeologico napoletano il «grande museo espositivo» delle sculture antiche. «Per chiarire la portata e il significato storico di questo nuovo intervento - sottolinea Carlo Gasparri, professore ordinario di Archeologia all'università Federico II e coordinatore del progetto espositivo - basta pensare che ci troviamo di fronte alla più imponente collezione di arte antica del Cinquecento che sia mai giunta a noi sostanzialmente intatta». Talmente importante che a partire dalla fine del 1700 diviene il nucleo di base attorno a cui ruoterà l'intero patrimonio artistico dei Borbone di Napoli. La collezione viene iniziata a Roma dalla famiglia di Papa Paolo III Farnese con gli acquisti e gli scavi giganteschi praticati intorno alla metà del '500 nelle terme di Caracalla. Poi, pezzo su pezzo, a partire da Clemente VII Medici prende corpo la grande collezione che viene distribuita nel Palazzo e nella Villa che più tardi si chiameranno di «Madama» quando diverranno proprietà di Margherita d'Austria. Costei, figlia di Carlo V e vedova di Alessandro de' Medici, sposerà Ottavio Farnese nel 1538. Qualche anno dopo, nel 1540, al nucleo statuario primitivo cominciano ad aggiungersi pezzi come i «due Barbari prigionieri», confiscati da Paolo III alla famiglia Colonna, i rinvenimenti della cava aperta all'Antoniana nel 1545, i marmi della raccolta di Casa Sassi, quelli della collezione del Bufalo. Tra i tesori che entrano in casa Farnese spiccano l'Atlante e due delle statue più celebrate all'epoca a Roma: un Eros e la replica del Pothos di Skopas, restaurata come «Apollo con la lira». La prima sistemazione dei pezzi, dopo l'unità d'Italia, avviene su suggerimento di Giuseppe Fiorelli, direttore del Museo dal 1863 al 1865; in quell'allestimento si conservò la suddivisione dei materiali per classi e tipologie, affiancando le sculture Farnese con quelle dei siti vesuviani e i tanti rinvenimenti provenienti dagli scavi effettuati in Campania. Quindi, gli interventi novecenteschi di Ettore Pais, che hanno resistito sino a quando non si è messo mano a un allestimento con alla base ben precisi criteri di musealizzazione. Norme che, suggerite da Stefano de Caro quando negli anni scorsi ricoprì la carica di Soprintendente archeologo di Napoli, sono poi state applicate dalla Soprintendente Maria Luisa Nava, responsabile dell'ufficio dal 2004 al 2008. La scelta allestitiva ha puntato a un ordinamento che rievocasse i luoghi, gli ambienti, in cui queste sculture furono collocate e i collegamenti tematici che guidavano la loro originaria collocazione. Insomma si è attuata una disposizione che consentisse al visitatore di percorrere un itinerario che attraversa luoghi e momenti emblematici della raccolta. L'accesso all'esposizione avviene attraverso la Galleria dei Tirannicidi, con ingresso fiancheggiato dalle due statue dei «Barbari» Colonna. Quindi abbiamo i due Ercole e le Flore. Di seguito, le altre sale con l'Apollo in basalto della casa Sassi, l'Eros del Bufalo, l'Antinoo Farnese. Le due statue dei Barbari inginocchiati, in pavonazzetto, introducono alla sezione dedicata agli Horti, in primo luogo quelli Farnesiani sul Palatino, dove le due statue erano appunto collocate, alla sommità della scala di accesso, con funzione di reggi vasi. Si va poi alla Sala del Toro dove sono esposti i rinvenimenti dalle Terme di Caracalla; si prosegue con la Galleria dei ritratti: statue e cicli di busti con ritratti imperiali. Chiude il percorso una serie di sale di dimensioni ridotte dove trovano posto sculture come la Venere Callipigia e altre collegate con la villa della Farnesina, tra cui il «Piccolo Donario Pergameno» e i marmi derivati da modelli ellenistici. «Ripresentare finalmente la collezione Farnese in tutta la sua interezza - osserva la soprintendente - significa non solo aver completato l'allestimento del piano terra del museo ma anche e soprattutto riconsegnare alla città e alla cultura una raccolta che non ha eguali per importanza, storia e numero di capolavori».