TERREMOTO Statue di marmo mute testimoni dello sgombero, mentre il piano Case non basta. E tra ritardi, paure e incertezze, si torna sui banchi di scuola INVIATO A L'AQUILA Mancheranno le case, non le statue. Quando Silvio Berlusconi, a fine settembre (magari il 29, compiendo gli anni), inaugurerà le palazzine condominiali dette "C.a.s.e." nelle frazioni aquilane di Bazzano e Cese di Preturo, i cinquemila nuovi e fortunati inquilini che si saranno piazzati in testa alla classifica delle assegnazioni, avranno davanti agli occhi un esempio (non il peggiore) di maniacalità berlusconiana. Una trentina di statue in marmo "ordinate" due mesi fa dal presidente del consiglio in persona a uno stupefatto sindaco di Carrara, con un semplice telefonata: «Caro sindaco, chi meglio di voi può regalare un po' di statue per i terremotati dell'Aquila?». Domanda retorica e risposta inevitabilmente favorevole. Unico margine di discrezionalità lasciata al primo cittadino del capoluogo apuano era il soggetto: «A piacere». Le principali aziende carraresi sono ora al lavoro, per rispettare i tempi del regalo richiesto dal premier. Cui preme rispettare la promessa fatta: «A settembre i terremotati potranno avere delle abitazioni confortevoli e belle», assegnandosi un nuovo record mondiale per scolpirlo nel marmo. Poco importa ciò che sta dietro le statue. In questi giorni le tendopoli dell'Aquila stanno chiudendo, a iniziare dalla più grande, piazza d'Armi. Tutto come annunciato, tutto fatto molto in fretta: mercoledì 2 settembre l'avviso agli sfollati, giovedì l'inizio dell'esodo dei volontari della regione, venerdì la festa di saluto (con karaoke), da sabato i trasferimenti. Non tutti gradevoli e graditi, soprattutto per chi si è visto assegnare una località troppo lontana. Qualcuno ha protestato, qualcun altro non si è mosso. I più sono partiti: per la caserma di Coppito, Avezzano, Tagliacozzo, Ovindoli, Ofena. Ieri a piazza d'Armi c'erano ancora una trentina di persone, quasi tutti anziani e "stranieri", ma se ne andranno presto, anche perché le cucine da campo hanno chiuso i battenti, i bagni sono stati quasi tutti rimossi e quelli rimasti non vengono più puliti, i volontari della Protezione civile dell'Emilia Romagna se ne sono andati tutti, come quasi tutti i loro colleghi delle altre regioni (da aprile e per tutta l'estate ne sono passati 121.000 in tutto l'Abruzzo, dal 10 settembre ce ne sono 800). Mentre tutto è rimasto nelle mani dell'apparato centrale diretto da Bertolaso, in compagnia dell'esercito. Sono loro che gestiscono lo smantellamento dei campi. Anche facendo il muso duro. E' Bertolaso, naturalmente, che coordina il tutto. Con un duplice obiettivo: rispettare - almeno formalmente - gli annunci del Presidente del consiglio, evitare che l'emergenza alloggi esploda. Il capo della Protezione civile sa benissimo che il "piano C.a.s.e." non basta. Anche se si calcola che oltre 10.000 aquilani (il 15 della popolazione residente prima del 6 aprile, studenti fuorisede esclusi) abbia trovato una sistemazione per conto proprio nei paesini della cintura e pur considerando che qualche altro migliaio sia rientrato nelle proprie abitazioni (superando un po' di paure), resta il fatto che al 10 settembre le persone assistite erano ancora 37.000: 15.200 in alberghi, 9.600 in alloggi privati, 12.300 nelle tendopoli. L'obiettivo del "piano C.a.s.e" è fissato a quota 15.000 e comunque non sarà raggiunto prima di febbraio-marzo, perché se Cese e Bazzano sono quasi pronti, gli altri cantieri hanno una tempistica più lunga (e in inverno, visto il clima, non si potrà costruire anche di notte, come si è fatto quest'estate in barba a regolamenti e contratti). Per questo, pur mantenendo il "punto" dell'inaugurazione settembrina da esibire al mondo intero (insieme alle statue), la Protezione civile sta in realtà cambiando i piani e tornando un po' indietro rispetto a quella che sembrava essere un'ideologia indiscutibile: niente container o case provvisorie. Del resto la realtà è sempre stata un po' diversa da quella enunciata dal duo Bertolaso-Berlusconi. Basta andare a Onna che, essendo divenuta uno dei simboli del terremoto abruzzese, ha potuto derogare dal "piano Case" e batterlo sul tempo, affidandosi alla provincia di Trento e ai suoi costruttori che il 15 settembre inaugureranno un villaggio di 92 casette sorte accanto al borgo da ricostruire, sufficienti per tutti gli abitanti del paese colpito. Ma la stessa cosa è successa - con meno clamore - in molti altri comuni colpiti, costringendo solo il capoluogo alla legge dei nuovi condomini considerati risolutivi della Protezione civile. Che ora - dopo aver a lungo respinto le richieste dei comitati, delle autorità locali - ha aperto alla costruzione di abitazioni provvisorie. Dal primo settembre sono ammessi (anzi, sollecitati) i Map (Moduli abitativi provvisori), in sostanza casette in legno: si stanno già individuando i siti per mille di queste abitazioni. Non basterà ancora per accogliere tutti durante l'inverno. Così gli alberghi aquilani "offriranno" (si fa per dire) il 75 dei loro posti letto agli sfollati per i prossimi quattro mesi, mentre verranno requisite in via provvisoria (e affittate a prezzo di mercato) le case sfitte. Poi qualcun altro andrà in caserma a Coppito (ce ne sono già 500, ma si arriverà a quota 1.500). Insomma, smembrando comunità vecchie e nuove (persino le tendopoli lo erano diventate) e con un po' più di elasticità rispetto all'inizio, tutti - più o meno - avranno un tetto durante l'inverno. E, così, il "capolavoro" di Bertolaso è completo: Berlusconi può esibirsi al mondo, l'emergenza continua ma è sotto controllo, le tensioni - quando ci sono - si scaricano nelle "invidie" tra sfollati su presunti privilegi. E lui è sempre più popolare: firma autografi, veste delle sue magliette il maestro Muti, dà il calcio d'inizio a partite di football... quasi una star. Che può permettersi di non rendere pubblico fino alla vigilia dell'apertura scolastica il decreto con i criteri per l'assegnazione delle abitazioni di Bazzano e Cese di Preturo. Criteri che ha già deciso, ma che tiene sul suo tavolo per non dare al mugugno il tempo di diventare protesta (figurarsi, proposta). E tenere tutto in sospeso, governando con le concessioni e i dinieghi di un signore feudale. Il problema - ulteriore - è che a fine anno Bertolaso e i suoi dovrebbero lasciare il campo alle amministrazioni "normali", ponendo fine all'emergenza e iniziando il tempo della ricostruzione. Difficile crederlo, impossibile immaginarlo guardando ciò che resta del centro storico attraverso il percorso di visita aperto qualche giorno fa: cinquecento metri per sfollati e turisti del terremoto, dove l'Aquila ricorda Pompei.
il manifesto
12 Settembre 2009
L'AQUILA. Più statue che C.a.s.e.
GA
Gabriele Polo
il manifesto
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L'Aquila - L'Aquila versione Pompei 2010
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