A spasso per il Festival di Edimburgo, specchio di una cultura massificata, che somiglia sempre più a una sagra di paese che rivendica le proprie origini Qui impazza il monologo autobiografico. Il pronome io domina Migliaia di famigliuole con passeggini fra salsicce e gelati Come in una Fiera a Milano o a Napoli strapiena di testi su siti pittoreschi Altro che il Carnevale di Venezia contemporaneo, con ponti e calli e treni intasati da ciaffi e mascherine e ombrelli, a migliaia. Oggi il Festival di Edimburgo appare una massificazione gigantesca - stradale e online - delle vecchie sagre di paese ove gli scolaretti di città (una volta) ridacchiavano sui "villici" gonzi e grulli. Gli ingredienti sono sempre i medesimi. Fra ponteggi e palchetti per muratori o ciarlatani, file e file di suonatori, imbonitori, complessini provocatori, caricaturisti, equilibristi sui trampoli, gessettisti sui marciapiedi, guitti e maghetti del tipo «se ci sono bambini, alzino la manina!»». Montagne di brochures gratuite, volantini colorati pieni di occhioni sbarrati, doppi sensi furbetti, giochini di parole. E migliaia di famigliuole con passeggini e lattanti fra salsicce e gelati e gazebi e frittelle fino alle ore più piccole. Cresce evidentemente la voglia di starsi addosso e in massa fisicamente o magari sul web. Prendere i bus allalba per accalcarsi nelle varie manifestazioni, adunate, fiaccolate, meeting, concerti, congressi, movide, partite. Accodarsi a qualunque fila e corteo, per fare contatti e conoscenze davanti a qualunque mostra o spettacolo o varietà. Ma benché le ciarlatanerie canoniche siano le stesse delle sagre del Peperone o del Maialotto, ora in quanto «teatro di strada» non sono più solo «animazione» per villaggi-vacanze. Sono CULTURA, signore mie e cari piccini. Tutto ora è ARTE. Tutto un pullulare di agenzie più o meno minuscole, quindi, per promuovere innumerevoli prodotti teatrali con aggettivazioni mirabolanti e ormai consuetudinarie. Hypnotic, magnetic, atmospheric, emblematic, adrenalinic, apocalyptic, eccentric... È il caso di tradurre?... Intriguing experience, Deliciously intoxicating, Delightfully mischievous, Astonishing on many levels... E via, coi minimalismi claustrofobici, le quotidianità terrificanti, i microcosmi terrifici, nonché controversial e outrageous... Spesso, tristi file di anziani bagnati sotto la pioggia, in attesa di provocazioni, davanti a un seminterrato ove un Bad Boy sgrana le pupille già sul poster. Trasgressivo e impegnato, sempre. Tutto assolutamente alternativo, sovversivo, interattivo, iperattivo, ipercorretto. Politicamente, organicamente, ecologicamente, ambientalmente, digitalmente, biologicamente, cellularmente. Ma anche irriverente, rinnegato, illecito, ostentatamente dirty, shabby, campy, scrappy, zombie, honest and sincere, disturbing, devastating, dazzling. Graffiante, inquietante, minaccioso sul territorio. Con vanghe, coperchi, pentole, bidoni, Didoni o Medee rave e trash con poche sedie in pochi metri quadri, birre da tre sterline in bicchieri traballanti. Glam-glam musical, retro-punk, psycho-rap, post-gay. Centinaia di esibizioni, tutte generalmente giudicate eccezionali e straordinarie come al solito dai media che rimescolano eccidi, partite, finanza, vacanze, Afghanistan, celebrità, pubblicità, guerre, detectives, parole incrociate, cifre di caduti o borsa o football, sarcasmi su stars di sport, politica, tv. Scherzi sui telefonini degli agenti pubblicitari. Prigioni, torture, denunce, proteste, scioperi, terrorismi, lamentele, massacri pachistani o irlandesi, Michael Jackson, Baghdad, memorabilia circa i Beatles o divi malamente scomparsi del rock. Tutto è cultura. Cibi palestinesi di strada fra lavori stradali per nuovi binari, provocazioni di matematici, esami di geometria, furgoncini di icecream, inni religiosi, canti da osteria tradizionale, jazz vintage, heritage pop, nostalgie post-qualcosa. «Rivalutare Giuda», «Tutti ad Auschwitz», «Wow Factor», Bingo Bongo Bing Bang e Go-Go, «Technological». Vecchi punk borchiati con crestina bicolore e kefiah storica al collo. «Scatological». Moltiplicazioni e comeback di remote infanzie noiose in prima o seconda persona. «Unique». Animatori imbonitori estroversi fino ai macchiettismi e alle guittaggini: non come quegli italiani "distinti" che fanno i british come maggiordomi deferenti. Coreografie confessionali sulle disabilità in qualche bed-and-breakfast. Un ex-Naftalina che produce milioni di album. I poteri della vagina. Mafie, camorre, padrini, sorseggiando il cocktail «Godfather». Nudità esplicite senza titolo. Tutto assolutamente educational, antirazzista, antisessista, antitetico, con vaudeville e cabaret a favore di tutte le minoranze e tutte le cause. Anche tutti in piedi sulle sedie. Prendendo magari in giro gli italiani, mai un africano o un asiatico, nelle spiritosate multiculturali e interattive. Mai quegli omaggi in italiano stentato e applaudito a qualche calciatore o attrice o sindaco o cuoco locale, come quando si ricevono premi e nastri e statuette in Italia. Eppure, circolano gruppetti bendisposti di italiani e indiani e spagnoli in giro e a spasso fra i complessini vocianti, le montagne di foglietti sponsorizzati, le esorbitanti bruttezze e sciatterie delle folle locali, con dentature e carnagioni malamente malaticce. Tutto promosso e pompato come sublime, superbo, supremo, estremo, assoluto, emergente, iconoclasta, urbano, digitale, organico, ammirevole, mirabile, heteropolitan. Secondo le classifiche e le statistiche. Mentre i già prestigiosi giornali strillano dalle prime pagine (già così autorevoli) che un ministro viene operato alla prostata, un altro è furioso contro un rivale, una celebrità è stata ritenuta colpevole, unaltra ha perso un mucchio di soldi, una moglie famosa sta ingrassando... Giovani e famigliuole e frugoletti sciamano, sbirciano, origliano, occhieggiano, echeggiano, cliccano, in assenza di Vip. Negozi vuoti, benché rigurgitanti di «Sales», anche al 70. Piove continuamente: dunque giaccotti fradici, oltre agli zainetti zuppi. Ma nei musei e ai concerti di gala si possono portare nelle sale anche ombrelli, valigie, bicchieri pieni, chitarre o violoncelli nelle custodie. Per mancanza di soldi, tutte le opere si dànno in forma di concerto: Macbeth, Rinaldo, Aci Galatea, LOlandese volante, The Fairy Queen... Quindi, niente pastrani, pigiami, occhiali da sole, minigonne da bagno, uniformi di SS. Lannuale grande mostra è una «Spagna» fatta in casa. E lintero Festival sarebbe dedicato allillustre Illuminismo Scozzese, benché screditato da più parti: Horkheimer-Adorno, il Papa, i registi delloperetta Candide, i detrattori dei "Wasp" che esportarono nella New England i principii di ragione e progresso e tolleranza ed eguaglianza e dibattito. Dunque, dibattiti domenicali su Bene e Male, Ottimismo e Pessimismo, Scienza, Islam, Fraternità, Musica e Arti. Nonché video-artisti di allestimenti e animazioni e comunicazioni con riferimenti alla contemporaneità. Altro che il gran salone dedicato dal British Museum londinese allEtà del Ragionamento e dellAltro con pensatori e filosofi fra erbari e crateri e cocci archeologici, micro o telescopi, fossili americani alternativi, revivals neoclassici, rilegature impeccabili... Impazza il monologo autobiografico, spesso coinvolgendo spettatori vanesi chiamati a confessare qualche loro momento indimenticabile o scemo. Dunque celeberrimi e popolarissimi per dieci minuti e dieci astanti su cinque sedie. E anche negli inserti festivi dei giornali locali, ogni intervistatore insignificante dice continuamente «io», e soprattutto annota cosa sorseggia lintervistato: generalmente cappuccino. Piace molto. Viene sempre registrato come "rito". E anche nelle critiche, il pronome soggettivo domina: I like, I love, I confess, I must admit, Im afraid. Oh my, Oh boy, Beyond me. Su inserti e volantini. Bam Bam, Total Triumph, Terrific Fun, Bang Bang, Smash, Splash. One-man stand-up in centinaia di retrobotteghe e seminterrati per lo più lerci e fetidi, istituzionalizzando i chiacchieroni da bar sport, gli allegroni da mensa aziendale, le anime della compagnia in ufficio e in gita. Nonché drammi poetici su qualche vecchia o vergine iniquamente perseguitata e poi arsa viva. Una faccenda ormai colossale: digitale, elettronica, telefoninica, con imbonitori e ciarlatani di strada online su blog, laptop, internet, facebook. Tra giovani e famigliuole con passeggini che sorseggiano e sgranocchiano e leccano gelati e fanno battutine in una Disneyland di vittime, caduti e bruciati antichi e moderni, decapitati storici, giustiziati in varie atroci maniere, in luoghi classici e turistici addobbati con teschi e scheletri, affollati di spettri e fantasmi, horror, enigmi, epigoni. Morti penose, suicidi interminabili, agonie ripetitive e verbose con possibilità di spaventi, autoscatti, sconti, rap. Fuochi artificiali sempre ovunque popolari e uguali. Lesbian and Gay Asiatic Christians, con nomi dal Medio Oriente, mai dalEstremo. Crisi per troppe patate in Irlanda, gli Irlandesi passano alla pasta. Concert performances con magnetofoni e bibite. Tragedie scritte e interpretate da donne su madri o figlie o vedove storicamente disgraziate: sia regine sia streghe sia barbone o birbone qualunque. Quiz musicali formulati scientificamente in prestigiose università per identificare spettatori e spettacoli prossimi. Commediole scolastiche con scolaresche piene di prototipi caratteristici, immortali come Maddalena zero in condotta, Ore nove lezione di chimica, La classe degli asini. Accanto a uomini incinti, lesbiche-angeli, demoni ermafroditi, vampiri bisessuali. "Clitterate" satiriche. Spesso anche Kitsch senza audience. AllInternational Book Festival, contemporaneamente, un migliaio di autori preferibilmente scozzesi. Chilometri di scaffali con infiniti volumi su paesaggi e laghi e giardini e stoffe e storie e leggende e miti e rituali e personaggi e monumenti scozzesi, anche minimi. Innumerevoli specialità e celebrità locali, stanziali, esaltatissime. (Altro che «Roma non far la stupida stasera»). Poesia, drammaturgia, filosofia, scienza popolare, matematica infantile, fiction e non-fiction scozzese. Come in una Fiera a Milano o a Napoli strapiena di testi e illustrazioni su tipi e siti pittoreschi e caratteristici nei quartieri e nei vicoli, oltre che in Brianza o sulla Costiera. Stili di vita e cibi e motori e arredi femminili o maschili o altro. Di qua, Londra, praticamente assente. Un giardinetto di panchine, carrozzine, passeggini, vecchietti, gelati, piccini, fra le decine di gazebi per poeti e narratori e comici, gelatai, cessi portatili, raccolte differenziate. Neanche un giornale internazionale, fra le confetture e i pasticcini imbandierati e griffati. Altro che i leghisti? O gli irlandesi? Edimburgo appare tappezzata di orgogli municipali, locali, civici. Anche nellaeroporto, che come «biglietto da visita» appare una presa per i «fondelli». Macché «Scusateci!». Manifesti incredibili. «Proud of our city, proud of our airport». E sotto, un budello o cessino di code più bestiali che altrove. Macchinette complicatissime che non funzionano. Impiegate imbranate, poveracce: precarie, prepensionate, beneficate, apprendiste anziane? Le scomodità crescono "esponenzialmente", con le macchinosità dei controlli tecnologici. Altro che Orwell. I congegni e gli inconvenienti si complicano: sorveglianze, vigilanze, accertamenti, verifiche. Però molti appaiono soddisfatti, giacché in fila e in massa per ore. Bacetti e baciozzi.
la Repubblica
12 Settembre 2009
EDIMBURGO. Come si crea Larte "locale"
AL
Alberto Arbasino
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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