Beni culturali La rivoluzione «rosa» nell'arte. Dietro la prevalenza femminile, merito ma anche ragioni economiche D opo il rosso-Rubens e il rosa-Tiepolo, la tavolozza dell'arte si arricchisce del «rosa ministero ». Non è un colore, bensì l'esito di una salutare tendenza, una cui ragione, però, è da tenere sotto osservazione. Rosa è la rivoluzione estiva in corso al Ministero per i Beni e le attività culturali, perché in quattro soprintendenze, al posto di quattro storici funzionari maschi, sono state indicate quattro donne. Al Polo museale di Napoli Lorenza Mochi Onori (già soprintendente per i beni storici e artistici delle Marche) succede a Nicola Spinosa, che va in pensione; al polo museale di Roma va Rossella Vodret (prima soprintendente per i beni storici e artistici del Lazio), che succede a Claudio Strinati (andrà al ministero); al Polo di Napoli e Pompei va Maria Rosaria Salvatore (prima direttrice dell'Istituto centrale per il catalogo), che succede a Pietro Giovanni Guzzo (andrà in pensione), infine, alla soprintendenza per i beni architettonici, paesaggistici, storici, artistici del Palazzo Reale di Caserta va Raffaella David, che succede a Enrico Guglielmo. E non è tutto, perché tre donne ne sostituiscono altrettante in ulteriori incarichi: al polo museale di Venezia va Caterina Bon Valsassina (prima direttrice dell'Istituto superiore per la conservazione e il restauro); al suo posto in questo istituto va Gisella Capponi e come soprintendente per i beni storici e artistici del Lazio (al posto della Vodret) va Anna Maria Imponente. A Firenze, infine, resta Cristina Acidini. Fortunatamente non si tratta di «quote rosa» stabilite per legge, ma di nomine per meriti. Che coronano una tendenza. Dando uno sguardo complessivo a tutte le soprintendenze, archivi e direzioni periferiche del Ministero notiamo infatti una raggiunta parità tra i sessi, con leggera prevalenza delle donne dopo queste nomine: prima si era circa una cinquantina per parte (alcuni incarichi sono ad interim e alcuni doppi e ciò rende difficile il computo esatto). Con punte di sbilanciamento: nel Lazio ci sono 8 donne e 3 uomini. E con punte di predilezione «rosa» nelle principali sovrintendenze ai Beni artistici. Da molti decenni la storia dell'arte sta diventando un «feudo» femminile. Basti pensare a studiose come l'appena scomparsa Maria Luisa Gatti Perer, Mina Gregori, Rossana Bossaglia e alle moltissime altre oggi in cattedra o alle direttrici di musei (come Paola Marini a Castelvecchio di Verona, Anna Coliva alla Borghese di Roma...) e di collezioni private d'arte contemporanea (come Maria Vittoria Marini Carelli al Gnam, Gabriella Belli al Mart, Ida Gianelli a Rivoli...) o alle titolari di collezioni (come Patrizia Sandretto Re Rebaudengo a Torino) o alle organizzatrici di mostre (Beatrice Buscaroli per la Biennale di Venezia, Silvana Annicchiarico per la Triennale di Milano, Chiara Bertola per l'Hangar Bicocca di Milano...) o alle numerose galleriste. Anche i visitatori di musei sono, in prevalenza, donne e il Ministero dei Beni culturali è stato retto da donne (Bono Parrino, Melandri). La considerazione più immediata che si può trarre da questa tendenza è che le soprintendenze siano già riuscite ad attuare due aspettative della politica contemporanea: un radicamento si direbbe oggi federalista sul territorio e una raggiunta, e superata, «parità » tra i sessi. Ma proprio dalle considerazioni di una storica dell'arte si può partire per innescare anche una riflessione di segno problematico sulle ragioni che hanno portato a questo significativo traguardo. Nel 2006 Sandra Pinto, già direttrice della Galleria nazionale d'arte moderna di Roma, raccolse (con Matteo Lanfranconi) in un libro una quarantina d'interviste a storici dell'arte (docenti, critici, funzionari) che diagnosticavano un «morbo» della disciplina ( Gli storici dell'arte e la peste , Electa). Questo morbo era la progressiva cancellazione della storia dell'arte nel nostro Paese, «la perdita di peso, autorevolezza e potere necessari ad affermare i fini della disciplina ». E tra i segnali di questa «perdita di peso» e dello «svuotamento » si segnalavano sia la «progressiva proletarizzazione» del ruolo sia la (conseguente?) «progressiva femminilizzazione della disciplina ». E si aggiungeva: «L'evoluzione del sistema sociale rende in effetti oggi la condizione economica media di uno storico dell'arte... talmente precaria da farlo precipitare appena le entrate del malcapitato siano da considerarsi l'unica sua fonte di reddito». In effetti, mentre da noi il direttore degli Uffizi guadagna poco più di 20 mila euro all'anno, il direttore del MoMa ne guadagna 460 mila più benefit e quello del British quasi 200. Non sarà anche questa condizione a determinare la «valanga rosa»? In sostanza, il lunghissimo precariato non pagato o sottopagato e l'insoddisfazione remunerativa una volta raggiunti (dopo decenni) cattedre o ruoli direzionali spingerebbe gli uomini, per scelta o costrizione, verso altri lidi prima delle «più resistenti » donne. Ovviamente le condizioni contestuali hanno sempre determinato lo sviluppo di una società.