Più cultura e meno paura Domani a Roma ci sarà la notte bianca. Notizia di per sé trascurabile, se non fosse che l'avvenimento provochi nel sindaco Alemanno un moto di acuta irritazione. Non foss'altro perché, abolire quella che nel passato era stata la fastosa vetrina di chi l'aveva preceduto, era stato il primo provvedimento del suo mandato. E dunque il fatto che, nonostante i suoi proclami, in alcuni Municipi si perseveri in questa per lui malsana attività, incrina sensibilmente la sua alquanto traballante autorevolezza. Che il sindaco non sia contento, dipende poi anche dalla sottolineatura politica che le iniziative di sabato notte contengono. CONTINUAPAGINA10 Tutte rivolte a contrastare l'atmosfera incattivita che si è diffusa in città, con le aggressioni agli stranieri, alle donne, agli omosessuali e più in generale con l'affiorare di squadracce di farabutti che si sentono autorizzati a spargere lacrime e sangue in ogni angolo di città. «Più cultura meno paura» è il titolo della notte bianca del X Municipio, quello di Cinecittà, che poi è la più estesa e articolata negli eventi e negli spettacoli. Tra i quali, non casualmente, è previsto nel suggestivo spazio delle Officine Marconi un white party di Muccassassina, organizzato dal Circolo di cultura omosessuale «Mario Mieli». Il senso originario Offrire un'occasione per vivere le piazze tutti insieme, tra un sorriso e un applauso, in fondo, è il senso originario di questa manifestazione, che nel passato, con il suo gigantismo tutto concentrato nella città storica, era stato progressivamente disperso. Non più costringere le periferie a raggiungere gli eventi in centro, ma organizzare gli eventi nelle periferie stesse, permettendo così una partecipazione più autentica e coinvolgente: una riappropriazione sociale di spazi e luoghi consueti, per una volta accesi e splendenti, un antidoto alle diffidenze e ai rancori che animano (e turbano) i sentimenti popolari. E a Roma proprio di tutto ciò c'è bisogno. Di una nuova politica culturale che dia un impulso coraggioso, uno slancio generoso nei quartieri di bordo, proprio laddove è necessario ricreare coesione sociale, senso di appartenenza, il conforto insomma di sentirsi comunità: che poi non è altro che riattivare la relazione sociale. E una delle (tante) cose che la sinistra non capisce più è che la politica è proprio (soprattutto) relazione sociale: quel misurarsi concretamente con le pulsioni che agitano le persone. Soprattutto quando tali sentimenti appaiono difformi, se non opposti, al proprio sentire. Ci si ritrae, un po' infastiditi e spesso anche avviliti, se il confronto con il senso comune prevalente rimanda ostilità e rifiuto verso il proprio modo di essere e di pensare. Se ne capiscono anche le ragioni, politiche e culturali. Ma, ugualmente, di fronte a chi dice che la sinistra fa schifo, che il sindacato è inutile e che insomma è meglio vivere di ronde e veline piuttosto che pagare le tasse e mischiarsi con romeni e senegalesi, il riflesso è quello di offesa estraneità e la conseguenza è quella di uscire di scena. Consolandosi con qualche improperio contro Berlusconi e Bossi che hanno narcotizzato le coscienze e monopolizzato il consenso. A che serve questa tiepida lezioncina? A confermare uno dei tanti vizi che a sinistra sembrano ineliminabili, e cioè che basta raccontarsela in una qualche forma analitica per spegnere le proprie dolorose inquietudini? Ma no, non è così, non è soltanto così. È anche per provare a superare questa crescente catatonia politica, che ci ha un po' contagiato tutti. Del resto, ritrovarsi a sinistra isolati e minoritari, nel passato ha avuto perfino risvolti tragici: è insomma successo tante volte e tante volte succederà ancora. E quindi chiedersi cosa fare, come fare e soprattutto perché fare, continua ad avere un senso e molte ragioni. Tra i vari luoghi comuni che ci diciamo, più per malinconia che per disappunto, è che la destra ha vinto prima sul terreno culturale e poi sul versante politico. Aggiungendo subito dopo che l'uso spregiudicato della televisione commerciale è stato lo strumento principale attraverso cui si è consumata la storica sconfitta dell'egemonia culturale della sinistra e determinata una progressiva passivizzazione sociale. Vero. Ma ciò che non si coglie (non si vuol cogliere) è che il successo di tale formula ha a che fare più con l'irruzione dei nuovi linguaggi culturali, con lo sviluppo tecnologico dei mezzi di comunicazione, che non con un destino avverso e malvagio. E la formuletta strutturasovrastruttura (che oggi potremmo sintetizzare economiacultura) non è più così scientificamente certa, e aiuta solo in parte a spiegare cosa sia successo lungo il transito da un secolo all'altro; un passaggio gestito da un capitale sempre meno manifatturiero e sempre più rarefatto, e forse proprio per questo attrezzato, oltreché abile, a comporre intorno a sé modelli sociali e contenuti simbolici. È passato quasi un secolo da Benjamin (e mezzo secolo da Wharol) e stiamo ancora qui a stupirci se l'immaginario diffuso oggi si nutre in prevalenza di sottoprodotti culturali, se non di peggio. È stato inevitabile che la produzione artistica e culturale venisse riprodotta sempre più impoverita e sterilizzata, e poi veicolata da mezzi di comunicazione più immediati e più accessibili, che nel frattempo qualcuno s'era incaricato di accumulare. Fino a comporre un indistinto e promiscuo tessuto mediatico, dove tutto diventava uguale a tutto e tutto si teneva intorno a una regressiva ordinarietà. Disperdendo la qualità, indebolendo l'impatto: e pertanto formando un modello culturale modesto e soprattutto neutrale, che nel tempo è precipitato nella rinuncia a tutto ciò che alzava i toni, impegnava l'intelligenza, graffiava le coscienze, contrastava la stabilità emotiva, svelava l'inganno dell'auto-consolazione. Al cuore della coscienza sociale Ora, si può continuare ad agire la politica culturale rivendicando il proprio angoletto nel sottoportico della Rai, difendendo le postazioni ai vertici delle istituzioni culturali, rifugiandoci dietro la nobile produzione repertoriale e antologica, osando sempre meno sperimentazioni e innovazioni, chiedendo più finanziamenti per cinema, teatro, danza, ecc. E d'accordo, facciamolo pure. Ma l'impressione è che se non si torna a discutere, a ragionare, ad accapigliarsi perfino, nel cuore vivo della coscienza sociale, tra le persone in carne e ossa, non solo miglioreremmo solo di poco lo stato delle cose esistenti, ma non riusciremmo più ad afferrare quegli esili fili che ancora ci tengono legati ai cambiamenti sociali. La sinistra non produce più immaginario. Appare stanca e anche un po' sgradevole. Ma certo se rinuncia a esprimersi dove farlo è più difficile, nelle piazze e per le vie, se non ha più la voglia e la forza di mettere su un palco e parlare con il linguaggio dell'espressività artistica, magari valorizzando quelle tante esperienze e soggettività che si agitano purtroppo invano nei territori e nelle metropoli, diventa francamente difficile sperare in una sua rinnovata capacità di attrazione politica e seduzione culturale. Nel loro piccolo, le notti bianche dei Municipi romani non sono solo forme resistenziali o, peggio, retaggi nostalgici, ma contengono soprattutto un desiderio politico. Che speriamo venga raccolto. Arrivederci a domani.
il manifesto
11 Settembre 2009
Più cultura e meno paura
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