Come relitti di un passato così lontano che è annullato dalla mancanza di punti di riferimento nella prospettiva storica, la Puglia conserva molti oggetti dei quali è persino difficile stabilire se vennero eseguiti qui o se giunsero da luoghi esotici, tanta è la difficoltà di comprenderli. Tra essi uno dei più importanti, e dei più sconosciuti, è il Crocifisso in avorio della Cattedrale di Canosa - databile al secolo XII - del quale si era perduta ogni traccia, da quando, nella notte del 10 novembre 1983, era stato trafugato dal luogo nel quale era da sempre conservato. Ma a volte accade l'impensabile: quasi 25 anni dopo il furto, nel maggio del 2008 il Crocifisso venne ritrovato a Parigi dai Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, nella sede di una casa d'aste che aveva compreso l'importanza dell'oggetto e ne aveva bloccata la vendita. Soltanto per far comprendere l'importanza e la rarità del pezzo riporteremo la notizia che il valore stimato dell'opera era di ben sei milioni di euro. L'opera è stata riconsegnata alla Cattedrale di Canosa e, presto potrà essere posta all'attenzione di coloro che vorranno ammirarla, nell'istituendo Museo della Cattedrale. Su una croce dai larghi bracci, decorata da rosette è posto il corpo del Cristo, rappresentato come Patiens , sofferente, con gli occhi chiusi; nel Medio Evo il Cristo veniva rappresentato già morto, come in questo caso, o ancora vivo, Triumphans , a significarne, nel primo caso l'umanità, nell'altro la divinità. Presentato al pubblico da Michele D'Elia nel 1964 nella mostra «Arte in Puglia dal Tardoantico al Rococò» - mai abbastanza lodata, per l'oblio da cui trasse lo straordinario patrimonio di dipinti, oreficerie, codici miniati ed altro ancora, che accompagna, come corollario poco noto, il fastoso apparato monumentale di cattedrali e castelli della Puglia - il Crocifisso venne studiato con passione dalla professoressa Maria Calì. Il piccolo avorio - misura cm 28 x 22 - ha un gemello, ed è quello che era conservato nella Collezione Stoclet di Bruxelles, anch'esso rubato (i furti su commissione) poco tempo dopo il nostro, e purtroppo non ancora ritrovato. Ai due preziosi avori si accompagnano, per caratteristiche comuni, alcuni pezzi conservati oggi al Metropolitan di New York e a San Pietroburgo, ma provenienti dal nord della Spagna; sono state del resto notate analogie con la scultura monumentale delle cattedrali di Léon e di Santiago di Compostela. Tutte le opere di questo piccolo gruppo sono accomunate da una resa fortemente espressionista, da un senso del tragico senza rimedio; l'elaborazione dell'immagine è grafica e invano cercheremmo in essi un qualche senso di ritorno classicista che pure è presente negli avori bizantini contemporanei. Il perizoma del Cristo è risolto dal gran nodo decorativo frontale che diventa quasi la struttura portante dell'intero oggetto; la resa dei pettorali e dei muscoli delle braccia è geometrica. Questo senso barbarico della decorazione costituisce una sorta di elaborazione culturale degli stimoli islamici presenti nella Spagna moresca che, a ben guardare, è parallelo a quanto avveniva contemporaneamente nelle nostre terre, islamizzate per il loro verso. Il Crocifisso si inquadra nella grande diffusione romanica della scultura in avorio in Occidente; nulla sappiamo del committente e del perché il piccolo avorio affrontò un viaggio così lungo. Ci piace immaginare che esso viaggiò nella bisaccia di un colto - e ricco- pellegrino che da Santiago si spinse fino in Puglia e, chissà?, di qui fino a Gerusalemme Soprintendente per i beni storici, artistici ed etnoantropologici della Puglia