«In Italia si fanno monumenti orribili, basta guardare le pur utili rotonde delle strade. E un degrado continuo e generalizzato nella cultura, non solo nelle arti». In un afoso pomeriggio di fine estate Gillo Dorfles, dai suoi 99 anni e mezzo che lo hanno portato a rompere i confini delle arti e dell'estetica quando sconfinare nelle discipline non era una moda, potrebbe anche riposarsi. Viceversa, ha una curiosità inesausta che è la sua linfa vitale. Lo dimostra coprendo, pur da passeggero, 120-130 chilometri in auto dal mare toscano all'Impruneta, sulle colline fiorentine, per palpare letteralmente una nuova scultura di Mauro Staccioli: un enorme anello in terracotta alto 7 metri e 20 formato da 44 triangoli dal peso di 22 quintali, un cerchio con vuoto affacciato su vigneti e boschi ideato dall'artista su commissione privata, quella di un' antica fornace di cotto, la Ugo Poggi. E da quel cerchio d'autore Dorfles prende spunto per guardare un Paese spesso incapace di evitare brutte opere pubbliche. Magro, occhiali slanciati, in camicia a maniche lunghe dalle, bande oblique bianche e arancioni, lo studioso che ha fatto capire in Italia il design, nella calura appena mitigata dal tramonto subissa lo scultore di domande per comprendere: «Bello, ma quanto pesa?». «Avete già saldato i pezzi che lo formano?» «Li avete cotti uno per uno?» A ogni risposta il critico tocca la terracotta, la osserva, poi confronta. Riflettendo amaramente su come la mano pubblica quasi mal ravvivi le nostre città con opere degne di nota. Milano ha monumenti al bersagliere, al carabiniere, uno peggio dell'altro. Facevo parte di una commissione di esperti con Angela Vettese, Arnaldo Pomodoro e altri e bloccammo cinque o sei progetti orrendi. Ma siccome quella commissione funzionava, dava noia e un paio di anni fa fu eliminata in silenzio senza neanche avvisarci». Benché nato a Trieste, la sua città è la Milano che si prepara all'Expo 2015 elevando tre avveniristici grattacieli: di Liberskind, di Zaha Hadid e di Isozaki. «Sono bravissimi architetti, ma alzare quei tre grattacieli che faranno a pugni tanto sono diversi l'uno dall'altro non serve. La città ha pensato a quell'area senza alcun ordine. Prima invece doveva chiamare un urbanista per decidere le vie d'accesso, gli spazi liberi, l'ubicazione». Eppure, osserva, progettare bene non è impossibile: «Abbiamo eccellenti artisti e architetti, basterebbe sceglierli con criterio tramite commissioni di esperti veri e indipendenti». Tutto è perduto? «No. Voglio citare i casi positivi di Torino, con Chiamparino, o di Genova dove Pericu ha riqualificato la zona del porto chiamando Renzo Piano. A Salerno De Luca ha chiamato l'urbanista spagnolo Bohigas per delineare un progetto urbanistico e ha poi affidato a un architetto di prim'ordine come Chipperfleld la cittadella giudiziaria risanando un rione. Venezia ora ha la Punta della Dogana ristrutturata da Ando. Questi Interventi sono merito dei rispettivi sindaci che hanno saputo affidarsi a persone capaci e competenti. A Milano ne avrebbero bisogno e invece se ne inflschiano...». Un inciso forse inutile forse no: Dorfles è da sempre battitore libero e non guarda certo al colore politico dei primi cittadini citati, tutti di centro sinistra tranne Milano, per esprimere giudizi.