Il museo più frequentato nella Penisola è a Roma, ma veste bandiera straniera: sono infatti i Musei Vaticani, quattro milioni e mezzo di visitatori all'anno; ben 31 istituti in un medesimo complesso (persino uno per le carrozze papali) e con lo stesso biglietto, quantunque, a prezzo intero, non costi poco: 14 euro. «Ma tutti vengono qui per la Cappella Sistina: non la dimentica nessuno dei visitatori», dice il direttore, Antonio Paolucci, già soprintendente a Firenze e ministro (dello Stato italiano) in un remoto Govemo Dini. Anche se «i più acculturati, valuto metà dei frequentatori, non tralasciano la Pinacoteca, con la Trasfigurazione di Raffaello, la Deposizione di Caravaggio, o il Polittico Stefaneschi di Giotto e tanto altro». Oltre, ovviamente, alle Stanze dello stesso Raffaello (non le Logge, aperte solo a pochi poiché nel cuore degli uffici vaticani), alla Galleria delle Carte geografiche, all'Appartamento Borgia, al Cortile Ottagono con le prime sculture da cui i musei sorsero, mezzo millennio fa. Da qualche mese, la visita si pu prenotare on line e gli orari sono stati allungati fino alle 18 (ultimo ingresso alle 16). Questo, dice Paolucci, «permette di ridurre le code dei visitatori in attesa»; ancora l'anno scorso, il serpentone talora si snodava per oltre un chilometro, fin quasi al lontano Colonnato della Basilica di San Pietro. La quantità di pubblico è, insieme, la croce e la delizia di questi musei. Se, da un lato, elargisce alle casse della Santa Sede oltre 60 milioni di euro all'anno, dall'altro costituisce un grosso problema. Nel tempo, si era pensato ad un secondo ingresso, «però la soluzione è stata scartata», dice Paolucci; poi, a un'area di attesa, e negozi, nella futura stazione di metropolitana a Piazza Risorgimento (troppo costoso il collegamento sotto terra ai musei); ora, i marciapiedi delle code sono stati allargati, gli orari allungati. «Dopo il successo del primo esperimento in luglio, quasi 10 mila visitatori, s'è deciso di aprire i musei ogni venerdì sera fino a tutto ottobre: è un'iniziativa destinata ai romani e al pubblico più colto», dice ancora il direttore; «e poi, non credo che, in futuro, vi sarà una grossa crescita dei flussi turistici». Insomma, pochi rimedi possibili per evitare la fila, «che del resto esiste in ogni museo». «Io avevo immaginato anche di poter usare la stazione ferroviaria interna al Vaticano», ricorda Francesco Buranelli, direttore per 11 anni e ora segretario generale della Pontificia Commissione per i Beni culturali della Chiesa, cui si devono anche i primi palliativi per ridurre lo scomodo delle lunghe attese all'ingresso, Degli orari più lunghi? «Impossibile: già così le opere vengono sottoposte a uno stress assai severo», continua Paolucci. Intanto, i Musei Vaticani stanno per mutare faccia: «ho già dato l'incarico di realizzare la nuova segnaletica interna sarà pronta per Pasqua, che illustri le opere, però spieghi anche le diverse collezioni», dice il direttore; «il museo identitario di un'istituzione che ha fatto della parola la propria missione, non può rimanere "muto", come oggi è». Vero: i turisti spesso si perdono; più spesso ancora, non capiscono; sovente passano di corsa, apprezzando assai poco di quanto potrebbero invece conoscere ed ammirare. Oggi, pochi dei visitatori sanno, per esempio, che la collezione etrusca deriva, quasi tutta, dalla prima joint-venture tra uno Stato e dei privati: i fratelli Campanari, protagonisti nell'Ottocento, a Vulci, forse della più ricca campagna di scavo mai compiuta, che poi alimentò anche tutti i maggiori musei europei (lo ha ricostruito Buranelli). Né molti sanno le vicende della parte forse pur meno invitante di tutto il circuito museale (da cui la Pinacoteca è separata), e cioè la sezione dell'arte religiosa moderna, voluta da Paolo VI (ma ancor più dal suo segretario, Pasquale Macchi): quasi mille opere, anche uno dei Ritratti di cardinale di Francis Bacon donato da Gianni Agnelli, che, in privato, confessava però di detestare il modo con cui quel museo era ordinato. E molti passano attraverso la Stanze di Raffaello senza saperne la genesi. L'ha spiegata, nel Diario manoscritto oggi alla British Library, Paris de Grassis, un amico di Papa Giulio IX della Rovere, succeduto ad Alessandro VI Borgia. Per non dormire sotto l'Apoteosi dei Borgia di Pinturicchio, il nuovo Pontefice rifiuta l'appartamento del predecessore; esige nuove stanze, per fortuna quelle di Raffaello: è la prima decisione, appena eletto. De Grassis testimonia che disprezzava davvero Alessandro VI, «quem marranum et judaeum appellabat et circumcisum» (un insulto feroce, specie per un altro Papa e per i tempi); ma questo, forse, perfino i nuovi pannelli dei Vaticani lo taceranno.