È inevitabile che ragionando, come s'è fatto su queste pagine, intorno al rapporto critico esistente a Napoli tra istituzioni e cultura il discorso cada sull'università. Dopo tutto, l'università costituisce lo strumento (pubblico) forse più cospicuo ai fini di una crescita autogena del territorio e delle sue classi dirigenti. Naturalmente, gestire un enorme corpo di docenti, personale amministrativo e studenti, com'è la Federico II, è assai difficile. Da molti anni a questa parte, rettori, presidi e professori hanno dovuto far fronte alle pressioni di studenti e famiglie, che si limitavano a chiedere modiche tasse d'iscrizione, libero accesso alle facoltà, corsi non selettivi. Insomma, titoli di studio a buon mercato. Al tempo stesso, gli organi di governo accademici si sono misurati con le aspettative dei propri stessi laureati, i quali, in mancanza di altre occasioni di lavoro qualificato, facevano lunghe file per entrare nei ranghi accademici e, una volta entrati, premevano per ottenere un cursus honorum pressoché automatico dal ruolo del ricercatore fino a quello di ordinario. Con la benedizione, manco a dirsi, dei sindacati. Si tratta di spinte sociali che, legate come sono alla struttura ingessata del Mezzogiorno, ricordano quelle alle quali gli amministratori pubblici (meridionali) hanno sempre fatto molta fatica a sottrarsi. E il punto è che, non di rado, anche l'università è sembrata cedere ad esse, rischiando di confondere democrazia e demagogia e finendo per adottare procedure poco meritocratiche. Questo spiega la grande riluttanza a porre barriere capaci di selezionare gli iscritti. O il rifiuto di alzare in modo significativo le rette annuali (in cambio di una robusta politica di borse di studio ai più bravi). O la crescita vertiginosa della quota di bilancio dedicata alle spese per il personale, diretta conseguenza di una prassi tesa a garantire ai docenti impropri avanzamenti di carriera per anzianità. Ma il vero problema è che, simmetricamente, organi di governo e accademici sembravano restii a valutare in modo rigoroso corsi di laurea, dipartimenti, master, gruppi di ricerca e ad investire le (ormai scarse) risorse per valorizzare i migliori. A quanti chiedevano coraggiose scelte selettive, si rispondeva che l'università non può privilegiare piccoli settori, abbandonando al proprio destino la massa degli studenti e la maggioranza dei docenti. Come se non fosse regola consolidata dei migliori sistemi universitari occidentali proprio una pragmatica differenziazione tra istituzioni educative di massa e centri di eccellenza. Quel che è mancato insomma è una strategia in grado di promuovere le aree di maggior rilievo scientifico, distinguendole dai processi indispensabili di acculturazione diffusa. Un modello meritocratico che, se fosse promosso dagli atenei cittadini, finirebbe per suggerire nuovi paradigmi culturali all'intera società napoletana e costituirebbe un'indicazione preziosa per lo stesso ceto politico, a sua volta così disabituato all'investimento trasparente e produttivo delle risorse. L'esperienza napoletana mostra che, quanto più debole è un territorio, tanto più è necessario non farsene sommergere demagogicamente.