Dagli austriaci alla ritrovata indipendenza: un'eccezionale fioritura culturale e civile A inizio '700, dunque, exit Hispania, incedit Austria: anche il dominio spagnolo finisce, e il Regno si ritrovò austriaco, e forse non sono moltissimi i meridionali che se lo ricordano. Ma come e perché successe? «Gli spagnoli non andarono via per iniziativa e volontà dei napoletani. Il peso di una tradizione ormai bisecolare aveva creato, l'abbiamo già detto, un autentico sentimento d'affetto per la dinastia spagnola. La Spagna aveva svolto una politica conservatrice e di attrazione e consenso che aveva legato ad essa gran parte delle classi superiori e la burocrazia. Non c'era dunque alcun interesse particolarmente evidente che potesse spingere Napoli e il Regno a passare dalla soggezione a Madrid alla soggezione a Vienna. Furono le circostanze della grande politica europea a imporre agli spagnoli di abbandonare il Regno. Nel 1701 sul trono di Madrid era salito Filippo V di Borbone, subito contestato dall'arciduca Carlo d'Austria in nome dei legami di stirpe tra gli Absburgo di Vienna e di Madrid. Per rafforzare il legame con Madrid, Filippo V fece anche un viaggio a Napoli in cui riscosse molta simpatia. Ma ormai anche nel Regno c'erano fautori degli Absburgo, e le propensioni per Vienna si espressero in quello stesso 1701 nella famosa congiura di Macchia, subito repressa senza complicazioni. Nel 1707, però, gli spagnoli dovettero abbandonare prima Milano e poi Napoli, e iniziò allora a regnare Carlo d'Austria, che poi, nel 1711, divenne imperatore come Carlo VI. Infine, nel 1713-1714, le paci di Utrecht e Rastatt chiusero la contesa per la successione sul trono spagnolo e diedero il Regno a Carlo, che nel 1720 vi aggiunse anche la Sicilia. Napoli e Palermo si ritrovarono di nuovo sotto lo stesso re, ma sempre come ''provincia di una monarchia lontana'' come sotto Madrid». Tuttavia durò poco: in tutto, ventisette anni. «Troppo poco per pensare che se ne potessero avere risultati particolarmente cospicui. Trovo antistorica, ma anche semplicistica, per non dir altro, l'ipotesi che se gli austriaci fossero rimasti più a lungo anche nel Regno si sarebbe formata una tradizione amministrativa pari a quella, esaltata e mitizzata, di Milano e poi di Venezia. Già allora le condizioni della Lombardia e del Veneto rispetto al Mezzogiorno erano diverse; e non è detto che nella storia, come nella vita, lo stesso condimento sortisca eguale effetto. Tuttavia non furono 27 anni da trascurare». Perché? «Alcuni sforzi di riforma vennero fatti, e qualche risultato si conseguì. Soprattutto il governo austriaco s'impegnò sul fronte giurisdizionalistico rispondendo a una forte sollecitazione della cultura e della società napoletane, in cui l'insofferenza per i privilegi ecclesiastici era andata crescendo. Anzi, proprio al tempo degli austriaci Pietro Giannone scrisse il suo Dell'istoria civile del Regno di Napoli , che diede un forte suggello all'identità storica, etico-politica e culturale del Mezzogiorno, tanto che Eleonora de Fonseca Pimentel avrebbe poi detto che quel libro ''fece quasi di noi una nuova nazione''». E che altro? «Fu anche il periodo in cui i sintomi di ripresa manifestati a fine '600 presero consistenza sia sul terreno culturale sia su quello economico e sociale. La cultura napoletana fu ricca di voci importanti e fu allora che Giambattista Vico svolse la parte più creativa della sua straordinaria ricerca, pubblicando nel 1725 (due anni dopo l' Istoria del Giannone) la prima edizione della Scienza nuova . Né furono solo il giurisdizionalista Giannone e il filosofo Vico a connotare questa fase, perché si ebbe anche una fioritura letteraria e artistica, e cominciò a delinearsi la grande tradizione musicale del '700, specie con Domenico Scarlatti, che fu definito ''uno dei quattro evangelisti della musica'' del tempo, gli altri essendo Haydn, Haendel e Vivaldi. E a Napoli fu anche il Metastasio, sebbene per breve tempo». E sul piano economico e sociale? «Forse la cosa principale da dire è che si delinearono sintomi sempre più consistenti della formazione di quella proprietà agraria provinciale che avrebbe poi formato per due secoli, fino a metà '900, la spina dorsale delle classi alte del Mezzogiorno. Al contempo le province cominciarono a sentire sempre più l'inconvenienza dei privilegi di Napoli, con effetti che si sarebbero visti a più o meno lunga distanza. E pure in questo periodo si vide come al precedente primato genovese nel commercio del Regno si fosse sostituito quello delle nuove grandi potenze economiche europee, Inghilterra e Francia soprattutto». Poi, però, via gli austriaci, e arriva una nuova dinastia. «Ancora una volta non fu una scelta napoletana, ma l'effetto della politica europea. Stavolta, al contrario del 1707, fu Vienna ad avere la peggio, e a Napoli, e subito dopo in Sicilia, divenne re Carlo di Borbone, primo figlio di Filippo V ed Elisabetta Farnese. Era stata proprio la madre a insistere perché i suoi due figli Carlo e Filippo ottenessero un trono e fossero alla pari dei figli di primo letto di Filippo V, e bisogna dire che Elisabetta, personalità fuori dal comune, riuscì appieno nel suo intento: Carlo fu re di Napoli e Filippo duca di Parma, già possesso di casa Farnese». Ma chi erano questi Borboni che nella mentalità corrente sono diventati quasi un sinonimo di napoletani? «Erano la casa reale di Francia, giunta al trono a fine '500 con Enrico IV, e che aveva lottato per tutto il '600 contro la Spagna, indebolendola fortemente. Proprio un re Borbone, Luigi XIV (il Re Sole) portò suo nipote Filippo V al trono di Spagna. E come da un ramo cadetto dei Borboni di Francia nacque la nuova casa reale tuttora regnante in Spagna, così da un ramo cadetto dei Borboni di Spagna nacque la dinastia borbonica del nostro Regno». Carlo fu re dal 1734. Come fu accolto? «Con incredibile entusiasmo. Con lui, dopo due secoli, il Regno tornava a essere un paese indipendente. Già sotto l'Austria s'era diffusa l'idea che ragione di tutti i nostri guai fossero stati gli spagnoli, e che l'essere governati da un paese lontano non poteva garantire uno sviluppo del Regno secondo le sue effettive possibilità. Carlo fu dunque salutato come il principe sotto il quale il Regno avrebbe potuto conoscere un destino diverso. Giannone scrisse che la ''restituzione'' del Regno era un'occasione che i napoletani non dovevano lasciarsi sfuggire, perché non si sarebbe ripresentata mai più nemmeno dopo mille anni». E l'occasione fu colta... «Cominciò proprio allora quella che io ho definito nei miei lavori storici ''l'ora più bel-la'' nella storia del Regno. Nei primi anni Carlo dipese in tutto dalle decisioni di Madrid, compresa la scelta della sposa Maria Amalia di Sassonia. Da quella Spagna in fase di rinnovamento vennero riforme che nei primi dodici anni della nuova dinastia rinnovarono l'apparato del Regno e si mossero su più piani della vita economica e sociale. Vi fu nel 1741 un concordato con la Chiesa ritenuto positivo per lo stato. Fu poi impostato un grande catasto per rinnovare il sistema impositivo. Si riprese la costituzione di forze armate napoletane e insomma si notò subito che il nuovo governo era davvero molto più attivo dei precedenti. Poi nel 1747, cambiato il re di Spagna, cominciò la fase del governo personale di Carlo, e furono anni di grandissima attività. Il re poté avvalersi di consiglieri di grande valore, tra i quali prese man mano rilievo il toscano Bernardo Tanucci. Cominciò anche a formarsi una nuova classe dirigente napoletana. Si stabilirono relazioni diplomatiche coi maggiori paesi europei e con gli stati italiani; si cercò di dare impulso all'economia e insomma era tutto in movimento. L'entusiasmo andò rafforzandosi anche perché ormai il Regno era in netta ripresa rispetto alla recessione del '600. Si sviluppavano agricoltura e commercio, anche se in campo manifatturiero non si riuscì a far molto». Carlo beneficiò anche del clima culturale nuovo che già con gli austriaci s'era andato affermando? «È così. Più o meno dalla metà del secolo il pensiero napoletano riprese un suo posto nella circolazione delle idee in Italia e in Europa. Le idee riformatrici trovarono un grande interprete in Antonio Genovesi, che ricoprì la prima cattedra europea di quella che oggi chiameremmo economia politica e formò alla sua scuola la più gran parte degli intellettuali napoletani della generazione successiva. Negli stessi anni svolse la sua geniale attività Ferdinando Galiani, le cui opere sulla libertà del commercio dei grani e sulla moneta ottennero grandissima e meritata fama. Suo zio Celestino Galiani fu a sua volta un rinnovatore dell'ordinamento scolastico e pedagogico. Altri numerosi e valenti scrittori cominciarono ad approfondire vari aspetti dell'economia del Regno e delle sue province, d'onde nacque a poco a poco una fierissima critica contro i privilegi della capitale parassitaria, che riceveva molto e dava poco. Un sentimento che poi mise radice». La vitalità culturale non si nutrì soltanto di riforme. «Fu un movimento più ampio. Ne venne la sollecitazione agli scavi a Pompei, grazie ai quali Napoli divenne una città ancor più indispensabile negli itinerarii del Grand Tour, estendendo l'attenzione straniera, fin qui limitata alla sola città, almeno fino alle rovine di Paestum. Nella musica, poi, Napoli divenne veramente un centro di grande rilievo europeo: nel 1737 (in sei mesi!) era stato costruito il teatro di San Carlo, vero tempio musicale europeo; e si sa che Mozart sentì il bisogno di visitare la città, mentre prendeva sempre più spicco il conservatorio di San Pietro a Majella. E poi Carlo, cui toccò gran parte dell'eredità farnesiana, portò le stupende opere d'arte antica e moderna che tuttora formano il pregio maggiore dei nostri musei, nonché una buona parte degli archivi e delle biblioteche dei Farnese, formando così un altro nucleo che diede importanza al patrimonio culturale della città e del Regno ». Grande Napoli, dunque. «Godeva di una fama alquanto maggiore di prima. La fama di una città rumorosa e non proprio pulita, senza grandi architetture come Firenze, Venezia o Roma, ma molto vivace, e in perfetta armonia col grande scenario naturale del suo golfo. Una città che trasmetteva una straordinaria carica di vitalità. Così la definì un viaggiatore illustre come Goethe».