Il caso di piazza Signoria divide i fiorentini. Dove metto la statua? Riparte il tormentone Da Empoli e Nardella frenano, tregua in giunta Ricucito lo strappo tra gli assessori Dario Nardella e Giuliano da Empoli, rimane il dubbio su quale luogo ospiterà «Two Rivers», l'opera di Wyatt che è stata al centro delle polemiche dopo l'arrivo in piazza della Signoria. Da Palazzo Medici Riccardi arriva la proposta del presidente Andrea Barducci: «Datela alla Provincia». Vecchio vizio fiorentino quello di piazzare statue nelle piazze e nelle strade. Vizio diventato mania negli ultimi anni, con il «fiorire» di birilli più o meno belli e grandi, purché contemporanei. Un tempo era il Comune a commissionare capolavori. Michelangelo fu pagato 400 fiorini per il David, poi sono arrivate le donazioni, unite alla moda delle installazioni temporanee nei luoghi più belli della città, da piazza Signoria e piazza Pitti, ed è stato il caos. A disordinare il quadro, opere dimenticate e minacce di riprendersi bronzi o marmi, la caccia ai luoghi adatti, le polemiche anche feroci, fino all'ultima (per adesso) querelle targata Nardella-da Empoli. Il precedente più illustre risale all'inizio degli anni Settanta. Era il 1972, tutto il mondo rimase incantato dalla mostra di Henry Moore al Forte Belvedere. Il grande artista inglese ringraziò Firenze donando una sua opera, un piccolo «Guerriero», che fu ricevuto dall'amministrazione del sindaco Luciano Bausi con grande soddisfazione e molti onori. Presto però il celebre bronzo divenne ingombrante, insomma non si sapeva dove metterlo, e così finì nel terzo cortile di Palazzo Vecchio, dove chi si recava all'anagrafe gli dava un'occhiata distratta, magari mentre buttava in terra la cicca di sigaretta prima di farsi la consueta coda davanti agli sportelli. Gli accordi con l'artista prevedevano per una collocazione prestigiosa (nonché il rimborso delle 35 mila sterline spese per la sua fusione) e quando nel 1986 la Fondazione che gestiva le opere del maestro seppe dove era finito il Guerriero, se lo riprese, facendo fare a Firenze una figuraccia mondiale. Bisognava rimediare, partirono le trattative. Da una parte il sindaco Massimo Bogianckino e l'assessore alla cultura Giorgio Morales, assieme a Maria Luigia Guaita, amica di Moore, dall'altra lord Goodman, legale della vedova e i rappresentanti della Fondazione. Nel mezzo, a mediare l'ambasciatore inglese Bridges e il console Rawlinson. Dopo mesi di contatti e proposte, Bogianckino e Morales convinsero la Fondazione a tornare sui propri passi e restituire il Guerriero alla città, complice un'idea che si rivelò vincente: esporre il bronzo all'aperto, nel primo chiostro della basilica di Santa Croce, davanti alla cappella dei Pazzi. Altro celebre scultore, altra polemica. A Porta Romana i fiorentini si trovarono la grande statua in marmo di Michelangelo Pistoletto, con una donna che sulla testa ne sorregge un'altra, sdraiata nel senso opposto, battezzata non a caso «Dietrofront". La statua fu volutamente piazzata al centro dell'aiuola, sulla prospettiva della porta costruita nel 1326, durante i lavori per l'ultima cerchia di mura, e ribassata nell'assedio di Firenze per renderla meno vulnerabile alle nuove artiglierie che usavano la polvere da sparo. Pistoletto aveva deciso di donare l'opera, realizzata nel 1984, dopo la sua mostra al Forte Belvedere dello stesso anno, ma una volta collocata a Porta Roma, d'intesa con il Comune, le polemiche furono ferocissime. Fioccarono le proposte di metterla altrove, alimentate dalle critiche di chi la trovava fuori contesto, quando non semplicemente brutta e troppo grande. Risultato? L'atto di donazione nel 1988 non era ancora stato firmato, e Pistoletto lo sottoscrisse solo assieme all'accordo che l'opera sarebbe stata lasciata davanti a Porta Romana, dove è anche adesso (nonostante il tentativo non voluto di un automobilista di spostarla, urtandola a forte velocità e creando lesioni alla base della statua, che costrinsero l'amministrazione ad intervenire per riparare i danni). Negli anni Novanta l'accelerazione. In viale Machiavelli, nell'incantevole scenario dei colli che scendono da piazzale Michelangelo verso l'Arno, spuntano gli omini di Romano Costi, il gruppo «Incontri» donato dal Rotary Firenze Sud; in piazza Ferrucci, in un'aiuola prima del ponte, quasi invisibili per chi non passi a piedi o in bicicletta, il gruppo in bronzo «Fontana della maternità», di Sauro Cavallini, realizzato nel 1968-1971; in viale Guidoni nel 1993, vicino all'ingresso dell'aeroporto Vespucci, atterra la «Paloma», bronzo di Ferdinando Botero, un volatile ciccione e contestato come da copione trattandosi di Botero, ribattezzato ironicamente «l'uccellino»; in piazza Poggi, nel 1997, la stele di Giò Pomodoro in onore di Galileo Galilei, situata tra la torre di San Niccolò, l'unica rimasta dell'altezza originaria, e i giardini. Ma non è finita. Nuovo millennio, nuovi «birilli». Il legame di Folon con la città, è ribadito dalla scultura «L'uomo di pioggia», che dal 2002 nel mezzo della rotonda davanti al Saschall, seguita da «L'uomo della pace», donato dal Rotary e sistemato davanti alla Fortezza, in realtà defilato e poco visibile. In piazza Gavinana altra rotonda, altra statua, questa volta il bronzo «Usho» che riproduce, in stile tradizionale, il pescatore con il cormorano, opera dello scultore Kousei Tateno, donata dalla città gemellata di Gifu (Giappone), sistemato lì nel 2004, e sempre alla Fortezza spunta la scalinata con le sagome dei fiorentini celebri «Silenzio: ascoltate!» di Mario Ceroli. Nel 2008 esplode il caso delle statue di Ningbo, giganti donati a Firenze in segno di riconoscenza per il dono di una copia del David di Michelangelo alla municipalità cinese. Si scopre che il «Burocrate» ed il «Guerriero» sono senza casa, lasciate da mesi in un capannone, e mentre infuriava il valzer delle localizzazioni lo «sgarbo» rischia di trasformarsi in un incidente diplomatico. All'inizio di quest'anno il lieto fine, con tanto di autorità cinesi all'inaugurazione della loro sistemazione a villa Vogel, in periferia, ma almeno in mezzo al verde. Intanto, piazza Pitti è diventata palcoscenico abituale dell'arte contemporanea, pubblicizzando le mostre in corso all'ex reggia, da Mitoraj all'attuale minaccioso e gigantesco treppiede di Giuseppe Mariniello (la scultura se ne andrà il 31 ottobre, assieme all'«angelo» dorato che svetta dalla terrazza di sinistra del palazzo). Intanto, il San Giovanni Battista di Giuliano Vangi, rimosso dallo stesso artista lo scorso anno per restauri, non è ancora tornato in piazza Santa Maria Sopr'Arno. E nel caos di localizzazioni, statue, donazioni e competenze, echeggia quasi l'eco del detto inventato per dileggiare il Nettuno di piazza Signoria, opera di Bartolomeo Ammannati, subito ribattezzata e non è un complimento Biancone: «Ammannato, Ammannato, che bel marmo hai rovinato!»