Copyright e refusi, le critiche dellassociazione allaccordo per la digitalizzazione dei libri Da una parte, la promessa dellutopia: se il giudice americano accetterà il compromesso siglato tra Google, lassociazione degli scrittori americani Authors Guild e lassociazione degli editori Usa AAP, non ci sarà (virtualmente) più nessun libro "introvabile". Milioni di volumi fuori commercio entreranno nel data base di Google che li distribuirà a pagamento online. Dallaltra la realistica obiezione dei danneggiati: altre associazioni di autori Usa, lassociazione "Consumer Watchdog", il principale concorrente di Google nel campo dei libri online Amazon, le associazioni degli editori tedesca, austriaca, francese e da ieri anche lassociazione degli editori italiani (Aie). Che con un articolato intervento destinato alla Corte di New York (la prima seduta del processo è il 7 ottobre, la sentenza è attesa per novembre) spara a zero sul piano Google sollevando tre obiezioni: la violazione del diritto dautore - che di norma scade a 70 anni dalla morte dello scrittore, mentre con laccordo in discussione lo farebbe appena unopera non è più disponibile in libreria -, lo strapotere che Google così acquisirebbe rispetto agli altri e i margini troppo elevati di errore rilevati nel data base. Il capitolo degli errori è il più dettagliato e gustoso: una ricerca dellAie sugli autori italiani del 900 inseriti in Google Books rileva che nell81 per cento si considerano «fuori commercio» e quindi riproducibili titoli di autori (da Calvino a Gadda, da Eco a Moravia e Pasolini) che non lo sono affatto. Ma ci sono anche "refusi" come il record bibliografico di un manuale di navigazione in Internet alla voce «opere di Sigmund Freud anno 1939» o il lemma «Stanford University» tra le parole chiave della Vita Nuova di Dante (colpa della scannerizzazione del timbro della libreria universitaria sulla copia utilizzata). Quisquilie? Per Piero Attanasio, responsabile per lAie di un piano alternativo di digitalizzazione dei volumi fuori diritti, è piuttosto «la dimostrazione che in un settore così delicato non si può procedere con spirito esclusivamente commerciale o affidandosi alla tecnologia più rapida e automatica». Da parte sua Google replica gettando acqua sul fuoco: «Riconfermiamo il nostro impegno a prestare attenzione a tutte le preoccupazioni espresse dallAie e ad impegnarci seriamente per offrire una risposta». Ma la chiave della strategia è nella seconda frase del comunicato diffuso ieri: «Il nostro obiettivo è e rimane quello di dare nuova vita a milioni di libri difficili da trovare e fuori commercio, nel rispetto del copyright». Che allude alla seconda metà del patto proposto agli editori: sanato con laccordo il contenzioso sui milioni di titoli già scannerizzati, il 37 per cento dei guadagni sui titoli online soggetti a copyright andrebbe a Google, il 63 ai titolari dei diritti. Una cifra che è certo molto meno della frazione del prezzo pieno di copertina normalmente garantito per le edizioni cartacee, ma molto di più - così hanno ragionato le associazioni di autori Usa che hanno aderito alla proposta Google - dello zero tondo che comporterebbe unassoluta deregulation. Intanto, di Google in Italia si sta occupando anche lAntitrust (per eventuale posizione dominante) e in Europa la commissione informazione a Bruxelles, per ora ben lontana dallentusiasmo sulla libera scannerizzazione che il direttore generale del ministero dei Beni culturali italiano Mario Resca aveva già manifestato.