La Lega dunque rilancia e chiede che nella Costituzione venga inserita la tutela dei dialetti oltre a quella della lingua italiana. Una proposta non nuova quella del Carroccio, su cui mesi fa convergevano addirittura alcuni esponenti dell'attuale opposizione. Ma la Lega con il suo ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli insiste in un momento in cui dopo l'offensiva antinazionale che ha arroventato l'ormai declinante agosto, sarebbe opportuno fare economia di polemiche e provocazioni. Il problema è che forse non si tratta solo di provocazioni: al malcontento del Nord, alla tendenza disgregante in atto nel Paese, alla lontananza e alla diffidenza verso lo Stato e le istituzioni (sentimenti molto spesso comprensibili e legittimi) la Lega sembra proprio intenzionata a fornire un'ideologia di supporto. Non solo inventando patrie padane e alimentando sentimenti secessionisti, ma dando vita a una campagna di delegittimazione dei simboli dell'Unità nazionale e degli ideali del Risorgimento che non arretra nemmeno di fronte all'insulto. Una campagna che, a parte le prese di posizione del presidente Napolitano, non trova un deciso contrasto in una classe politica, di destra e di sinistra, che come ha giustamente notato Ernesto Galli della Loggia sembra indifferente a sentire l'Italia come idea di una sorte comune dotata di qualche senso. La patria entra ormai nel discorso pubblico come flatus vocis, retorica comoda e vuota, mai come dato politico «produttore di emozioni, di analisi, di programmi». La dimostrazione di questa implosione di senso dell'idea di nazione è il fatto che di fronte alle intemerate leghiste c'è chi, come il presidente della Camera Gianfranco Fini, invoca al massimo il pensiero debole del patriottismo costituzionale, come se la nazione fosse solo una specie di bene giuridicamente protetto, un freddo contratto da sottoscrivere. Non stupisce quindi che di fronte a queste astrazioni la Lega possa davvero credere che l'Italia sia finita e immagini di archiviare anche la sua lingua, l'elemento cioè che ha unito gli italiani prima della loro unità politica. «Non ci vedo nulla di eversivo ha detto Roberto Calderoli nel ricordare che la lingua italiana è stata creata artificialmente. E' stata fatta una piccola truffa nel 1861 per dire che in Italia solo l'1,7 della popolazione parlava l'italiano: hanno incluso d'ufficio gli abitanti del Lazio e della Toscana. Soltanto nel 63 si è superato il 50 per cento di coloro che capivano l'italiano. E oggi l'uso del dialetto supera il 40 per cento. Se vogliamo veramente festeggiare la nascita della Nazione non si può chiudere gli occhi davanti alla realtà». Infatti non si possono chiudere gli occhi: è decisamente superiore al consentito il fatto che solo il 60 per cento degli italiani parli correntemente l'italiano e che il 40 per cento di loro si esprima più agevolmente nel dialetto. Che sono cose preziose, ma che non sono la lingua di questo Paese. Più che eversivo poi, ci che dice Calderoli è ridicolo, visto che di una koinè italiana si parla sin dal Medioevo. Ma non basta la replica culturale, alla Lega sarebbe ormai il caso di rispondere con atti politici. Magari inserendo nella Costituzione la tutela della lingua italiana come lingua nazionale e il riconoscimento dell'inno di Mameli come inno ufficiale della nazione. Il Popolo della libertà avrebbe molto probabilmente anche l'appoggio dell'opposizione in un'iniziativa del genere e sicuramente la maggioranza per imporla. E non si dovrebbe fare nemmeno molta fatica per immaginare la forma di un disegno di legge che era già stato presentato all'inizio degli anni Duemila. Una proposta dove si chiedeva di ufficializzare la lingua italiana con una modifica dell'articolo 18 della Costituzione precisando, come fanno molte altre costituzioni nazionali, qual è la lingua nazionale italiana. Nella stessa proposta si prevedeva la costituzione di un Consiglio superiore della lingua italiana considerata «un bene culturale e sociale che va difesa dall'infiltrazione di tutte quelle espressioni incongrue e disorientanti per i cittadini che provengono non solo dall'adozione indiscriminata di parole straniere ma anche da neologismi incomprensibili e da accentuazioni vernacolari». Insomma lo spirito della proposta era quello di favorire «l'uso della buona lingua nelle scuole, nei media e nella pubblicità» che non esclude la valorizzazione dei dialetti e non implica la esterofobia. Al recupero di quella proposta di legge si potrebbe aggiungere la ristampa e la diffusione nelle scuole della Repubblica di un prezioso libretto che in occasione del primo centenario dell'Unità d'Italia, nel 1961, fu distribuito ad ogni studente italiano per incarico del ministero della pubblica Istruzione. Un libretto prezioso, ben fatto, sereno, intitolato Gli ideali del Risorgimento e dell'Unità che comprendeva un'antologia dei discorsi delle imprese e delle correnti ideali del nostro Risorgimento. Alle nuove generazioni servirebbe per conoscere come è nata la nazione di cui sono cittadini. Per cosa hanno vissuto, hanno lottato e spesso sono morti gli uomini grazie ai quali essi oggi sono appunto dei cittadini italiani e non dei sudditi di qualche regno straniero o di qualche stato confessionale.
UNITA' D'ITALIA - Alle provocazioni leghiste risponda la (vera) politica
La Lega ha richiesto che nella Costituzione venga inserita la tutela dei dialetti oltre a quella della lingua italiana. Questa proposta non è nuova, ma la Lega insiste in un momento in cui il Paese è in crisi. La Lega sembra intenzionata a fornire un'ideologia di supporto al malcontento del Nord, alimentando sentimenti secessioniste e delegittimando i simboli dell'Unità nazionale. La patria è entrata nel discorso pubblico come flatus vocis, retorica comoda e vuota. La Lega ha anche espresso l'opinione che la lingua italiana sia stata creata artificialmente, ma questo è un punto di vista ridicolo.
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