N ella risposta di Eduardo Cicelyn a Paolo Macry, pubblicata ieri sul Corriere del Mezzogiorno , s'insinua tra le righe a un certo punto un velenoso attacco al Teatro San Carlo e alla sua attuale gestione, affidata da due anni a un commissario straordinario, nominato dal ministro dei Beni culturali (ch'era allora Rutelli). Nella sua qualità di direttore del Madre, Cicelyn non si limita a difendere la politica culturale della stagione bassoliniana, ma vuole esaltarne i meriti in paragone a ciò che potrebbe prenderne il posto, se davvero quella stagione stesse sul punto di finire. Insomma, almeno secondo Cicelyn, «l'egemonia bassoliniana» ha rappresentato per Napoli, dal punto di vista culturale, il meglio. La riprova di questa superiorità e perciò dell'incombente pericolo, ove mai fossero davvero alle porte «altre stagioni, altri amministratori, nuovi operatori culturali», è appunto la gestione del San Carlo, non a caso definito da Cicelyn «primo punto di debolezza del fine stagione bassoliniana». Come si vede l'accusa è grave. La colpa culturale del commissario Nastasi consisterebbe nell'aver legato la nuova immagine del Massimo napoletano ai concerti in piazza Plebiscito (per rincarare la dose, Cicelyn avrebbe potuto citare anche quelli all'Arena Flegrea). Per il direttore del Madre, aver portato fuori dal Teatro «le aree di Verdi e il pianoforte di Allevi», e per sovrammercato l'averlo fatto «in un tripudio mediatico stracittadino», sarebbe stata una scelta disonorevole per «uno dei più importanti teatri lirici del mondo e per il futuro della città». Ohibò. Fa qui capolino la vecchia anima elitaria e snobistica di una certa cultura di sinistra che s'arroga essa sola il diritto di contaminare il gusto popolare con gli «strumenti della creazione contemporanea». Perché mai, se piazza Plebiscito è riempita dalle installazioni prescelte (e profumatamente pagate) dall'amministrazione bassoliniana, l'evento deve considerarsi nel segno del rinnovamento e della promozione culturale, mentre diventa deprecabile la scelta di riempirla di pubblico per un concerto del San Carlo? Pur di ridimensionare il commissario Nastasi, Cicelyn evita di porsi la domanda cruciale: non sarebbe stato molto peggio, sia per il San Carlo sia per il futuro della città, la chiusura del teatro, alla quale si stava arrivando prima del commissariamento? A dirla tutta, il riferimento di Cicelyn al San Carlo diventa un boomerang. Attaccando Nastasi, vorrebbe convincerci che l'unica politica culturale degna del nome e adeguata a Napoli sia quella del sistema bassoliniano. Ma fa l'esempio sbagliato. Infatti, proprio la recente esperienza del San Carlo è la prova del contrario. Una politica culturale meno dispendiosa e diversa da quella realizzata finora è non solo possibile: ma addirittura può piacere e avere successo. Non sta scritto da nessuna parte che per fare buona cultura sia necessario rincorrere le avanguardie, sfiorare l'incomunicabilità e sfidare con sussiego la derisione popolare.