Caro direttore, mi pare un buon punto d'inizio il ragionamento proposto domenica da Macry sulla necessità di un cambio ai vertici dell'intellighenzia cittadina come condizione di un'alternanza della classe politica. È la prima volta che con chiarezza viene toccato il nodo della presunta egemonia culturale del bassolinismo. Se però chi critica persone e fatti della cultura napoletana avesse anche la forza morale di fare nomi e cognomi dei beneficiati citando mostre, musei, spettacoli da ascrivere alla terribile categoria del «fuori dal mercato», il dibattito forse s'incattivirebbe ma almeno ci diremmo qualche verità. Chi, come me, ha partecipato a questa storia di «egemonia» non pretende di aver ragione a priori e su tutti i fronti, amerebbe però che le cose fossero criticate per quel che sono e dunque prima distinte le une dalle altre, poi analizzate e comprese. Ma credo che, in linea di principio, sia più urgente dire subito che non dovrebbe essere compito della cultura rincorrere il mercato e che invece sarebbe missione della politica sostenere soggetti, forme e modelli di fruizione culturale che non possono vivere di solo mercato. E che senza il finanziamento pubblico, cioè della politica, in Italia non esisterebbero il teatro, l'opera, i musei. Non solo in Italia, bensì in tutta Europa. Perciò non ritengo seria l'obiezione rispetto a una presunta carenza di competitività dei prodotti culturali dell'era bassoliniana. Potrei estremizzare la tesi di Macry ed appoggiare la sua invettiva («la politica dovrà abituarsi a restare fuori dalla cultura »), chiedendogli invece di spendere almeno una parola sulla più grande industria culturale del Paese sotto il controllo del presidente del Consiglio (non è la televisione italiana il caso più grande, direi monumentale, di una politica che occupa la cultura, di una preoccupante egemonia politico-culturale? ). Potrei così invertire il suo argomento e sostenere che, mentre in Italia prendeva il potere il modello mercatista della cultura berlusconiana, a Napoli la politica bassoliniana offriva una possibilità di resistenza, sostenendo fuori da quel mercato il nuovo cinema, il nuovo teatro, la nuova arte. Ma farei demagogia in un modo opposto ed equivalente. Voglio invece contrastare nel concreto e anche prospetticamente la tesi di Macry dicendo che sì, verranno presto altre stagioni, nuove amministrazioni, nuovi operatori culturali. Ma sapete perché dubito della possibilità che ci potrà essere presto un cambio all'altezza della situazione che si vuole abbattere? Ne dubito perché il primo punto di debolezza del fine stagione bassoliniana si è verificato nella gestione del San Carlo. E qual è stata la risposta dei nuovi poteri con il consenso non so quanto convinto e consapevole di Bassolino? Licenziato senza troppi complimenti Lanza Tomasi, intellettuale raffinato, fautore dell'incontro tra l'opera lirica e le arti visive, il Massimo napoletano ha legato la sua nuova immagine ai concerti in piazza Plebiscito in un tripudio mediatico stracittadino. Portare il San Carlo in piazza con le arie di Verdi e il pianoforte di Allevi, chiedo a Macry, è un segnale di cambiamento auspicabile per l'onore di uno dei più importanti teatri lirici del mondo e per il futuro della città? Marx lo aveva detto molti anni fa: quando la storia cerca di ripetersi finisce sempre in farsa. L'egemonia bassoliniana, vituperata da Macry, ha sostenuto negli ultimi quindici anni la cultura delle avanguardie nell'ipotesi che a Napoli e non altrove l'anima popolare della città si potesse toccare con gli strumenti della creazione contemporanea. E non l'ha sostenuto in astratto, l'ha anche praticato riempiendo innanzitutto piazza Plebiscito di segni e simboli nuovi, assumendo il rischio dell'incomunicabilità e della derisione popolare, (quasi) mai cercando il facile consenso. Nell'idea che una città straordinaria come Napoli, tra tanti suoi problemi, avesse una sola vera possibilità di parlare al mondo: valorizzare la sua cultura antica mescolandola a quella moderna, senza nascondere le sue più drammatiche contraddizioni, che sono, per contrasto con le bellezze della natura e della storia, il senso più vero e più vivo della contemporaneità. Penso che, nel bene e nel male, tra alti-altissimi e bassi-bassissimi, questa fantasia, come direbbe Lacan, è stata attraversata, che la cosa è ormai accaduta. E che il riconoscimento di ciò sia precluso solo a chi, nella speranza di diventare adulto al più presto, continua a combattere contro il fantasma del Grande Altro di nuovo in Municipio. Da una più giusta distanza, cioè fra qualche anno, e con una maggiore serenità ed onestà intellettuale qualcuno si accorgerà che la politica di Bassolino ha creato a Napoli lo spazio pubblico e anche le istituzioni che prima non esistevano per la promozione e la diffusione di una cultura moderna, non folkloristica, aperta al mondo, svincolata dalle sudditanze locali. Ma eccoci al punto: che sia stata quest'apertura e l'autonomia progettuale dagli apparati pubblici e privati del potere culturale precedente a fare scandalo? Che sia stata l'originalità e la perseveranza della politica culturale bassoliniana il peccato originale che l'ha resa empia anche agli occhi di buona parte della borghesia intellettuale napoletana? Eduardo Cicelyn ------------------- Eduardo Cicelyn sfonda una porta aperta quando difende (un po' bruscamente, questione di carattere) le cose da lui stesso fatte a Napoli negli ultimi anni. Anch'io ritengo che le sue iniziative siano state spesso innovative, né era mia intenzione stilare in tremila battute il bilancio di una lunga stagione, distribuendo voti a destra e a manca. Il problema che ponevo, se davvero vogliamo capirci, è il rapporto tra politica e cultura. Nessuno mette in questione che la mano pubblica dia un supporto finanziario alle istituzioni culturali private, alle università, a musei e teatri, a singoli artisti e letterati. Il dubbio riguarda: 1. le modalità attraverso le quali vengono selezionati progetti e progettisti; 2. la trasparenza della spesa; 3. il controllo ex post dei risultati. Non credo che, su questi punti fondamentali, il centrosinistra campano e il suo leader abbiano le carte in regola. Mi risulta, al contrario, che grandi risorse pubbliche siano state attribuite ad personam, distribuite con criteri lontani le mille miglia dal rigore di una selezione meritocratica, sminuzzate tra una congerie di iniziative non di rado mediocrissime, ripetute anno dopo anno senza alcuna verifica della loro reale efficacia (o acclarata inutilità). E' questo che ha trasformato il normale rapporto tra la cosa pubblica e la cultura nel rapporto vizioso tra la politica e la cultura, finendo per ridurre i chierici napoletani anche i migliori, ahimè- ad utile strumento di consenso e di governo. Il che, caro Cicelyn, con le grinfie del mercato o con gli stivali del Cavaliere Nero c'entra molto poco. (Paolo Macry)
Replica a Macry. L'arte e il bassolinismo
Eduardo Cicelyn difende le iniziative culturali fatte a Napoli negli ultimi anni, criticando la politica culturale del centrosinistra. Cicelyn sostiene che la politica culturale dovrebbe sostenere soggetti e forme di fruizione culturale che non possono vivere di mercato, e che il finanziamento pubblico è essenziale per il sostegno della cultura. Macry, invece, sostiene che la politica culturale dovrebbe essere più competitiva e che il finanziamento pubblico è un problema. Cicelyn critica la selezione dei progetti e dei progettisti, la trasparenza della spesa e il controllo dei risultati, e sostiene che le risorse pubbliche sono state attribuite ad personam e distribuite in modo non meritocratico.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo