Cinquecento anni fa, quando si trattò di nominare il responsabile al patrimonio artistico di Roma, papa Leone X scelse un tecnico: Raffaello Sanzio. Per i templi del Bello, da Pompei a Brera, quella del direttore è una figura irrinunciabile. Se è vero, infatti, che l'immagine del Paese è legata ai nostri beni culturali, è altrettanto vero che le conoscenze tecnico scientifiche sono un must per chi sta sul ponte di comando. Non solo. Nell'ultimo decennio, per rispondere alla nuova ventata di consumo culturale, il museo è diventato luogo di comunicazione, di attività, di eventi. Ed è suonata anche l'ora di parole come marketing, gestione, risorse umane, mission, prodotto che implicano, per il manager dell'arte, un know how allargato. «Una volta i musei erano dei monoliti blindati verso l'esterno -dice Antonio Paolucci, soprintendente al Polo museale di Firenze -. La legge Ronchey del '93 che ha promosso l'iniziativa privata nelle attività collaterali, è stato uno degli input che ha portato il museo ad occuparsi del pubblico in termini qualitativi. E questo è positivo. Ma non si può certo pensare di affidare la gestione a un direttore di supermercato o a un pubblicitario. Le competenze devono avere sempre il primato per portare avanti la mission del museo stesso: sviluppo della collezione, restauro, organizzazione mostre, compilazione guide-testi. Nonché la ricerca di alleanze scientificheoperative per educare e per promuoverne l'immagine». L'ampliamento dell'offerta (aumento delle aperture e la prenotazione-acquisto biglietti via internet) ha rilanciato l'immagine dei musei italiani. Agli investimenti in corso non corrisponde, però, un uguale impegno sul reclutamento di professionisti dell'arte. Il blocco delle assunzioni al Ministero per i Beni culturali (l'alt risale ai primi anni Novanta), ha creato in molti musei una situazione di stallo. «La mancanza di ricambio generazionale è diventata patologica -sottolinea Paolucci -. E senza nuovi innesti, qualunque azienda rischia di uscire dal mercato». In Italia (considerando anche i siti archeologici) i musei superano quota 4000, con 30mila addetti ai lavori. Il grosso della torta, il 43, è gestito dai Comuni. Seguito dai privati il 17, dallo Stato il 13, da provinceregioni il 5. Pier Giovanni Castagnoli - Direttore della Gam a Torino Incontri d'autore nelle sale La collezione della Gam (Galleria d'Arte Moderna) ha radici che affondano nel lontano 1863, quando faceva parte del Museo civico torinese. Opere di Canova, Fontanesi, Delleani documentano l'arte del 1800 mentre Casorati, De Chirico e De Pisis parlano del secolo appena concluso. Per le avanguardie storiche, ci sono nomi come Klee, Ernst e Modigliani; l'arte contemporanea, invece, si snoda con la Pop Art, con opere del Museo Sperimentale e dell'Arte Povera. «E1 stato il caso a farmi arrivare alla direzione del museo - dice Pier Giovanni Castagnoli, direttore della Gam - II mio obiettivo è sempre stato quello di accendere negli altri la stessa passione per l'arte che mi aveva trasmesso Francesco Arcangeli, il mio professore all'università di Bologna. Le sue conoscenze enciclo-pediche, la sua didattica trascinante mi avevano portato a rimanere in ateneo e puntare alla cattedra». «Come è andata? - prosegue - A Modena, dopo aver fatto parte di una commissione per il riordino dei musei civici, mi è stata offerta la direzione della Galleria di arte moderna. Non ho lasciato la docenza, ho accettato l'incarico che è durato cinque anni. A ruota, nei primi anni Ottanta, è arrivata un'altra nomina come direttore della Galleria di arte moderna di Bologna». «L'ingresso alla Gam di Torino è stato nel 1998, su delibera dell'amministrazione comunale - conclude - Il museo aveva riaperto nel 1993 dopo un lungo restauro e mi sono buttato a capofitto sul nuovo allestimento delle sale, sull'ampliamento della collezione, sullo sviluppo della didattica. Nel 2002 abbiamo aperto la videoteca: è l'unica in Italia e raccoglie 1500 titoli» continua Castagnoli. «L'università l'ho abbandonata - conclude - Da quando sono alla Gam, però, ho dato il via a cicli di dieci lezioni sulla storia dell'arte e, da gennaio di quest'anno, a incontridibattiti con il pubblico il primo venerdì di ogni mese. Sono poi al lavoro per il recupero di uno spazio di 7000 metri quadri dove sorgerà il museo di archeologia industriale». Gabriella Belli - Museo artistico di Roverto (Mart) Una joint venture per l'Europa E' l'unico museo pubblico nato in Italia nel secondo dopoguerra. Sedicimila metri quadrati con novemila opere che raccontano l'arte modernocontemporanea da Hayez ai giorni nostri. Il Mart di Rovereto (inaugurato il 14 dicembre 2002) ha come fiore all'occhiello l'Archivio del Futurismo che lo vede primo in Europa per la ricchezza dei carteggi, delle biblioteche, dei manoscritti appartenuti a maestri come Severini, Carrà, Depero. L'attività dei laboratori (con unità didattiche per studenti dai 5 ai 90 anni) ha registrato nel primo anno di vita 76.000 presenze. «Mi sono iscritta al Dams di Bologna nel 1972, l'anno in cui ha aperto i battenti - dice Gabriella Belli, direttore del Museo Artistico Rovereto-Trento - Offriva un ventaglio di indirizzi mirati all'arte assolutamente unico e i docenti erano nomi come Umberto Eco, Renato Barilli, Luigi Squarzina. Dopo la laurea in storia dell'arte e la specializzazione in arte contemporanea, ho vinto il concorso alla provincia di Trento come conservatore ed ho passato una manciata d'anni a stretto contatto con dipinti, sculture, oggetti: una pratica del fare lontana anni luce dallo studio accademico». «La nomina a direttore di museo è arrivata nel 1987, a seguito di un secondo concorso ancora a Trento, la mia città -aggiunge - Il Mart, allora, era nato solo sulla carta e la mia sede di lavoro era lo storico Palazzo delle Albere più Casa Depero di Rovereto. Nel 1996, quando si sono aperti i cantieri, mi sono messa all'opera per dar vita alla collezione della nuova sede. Donazioni di privati, depositi trentennali, fondazioni come la Burri e la Fontana, mi hanno aiutato a mettere insieme ottomila pezzi. In parallelo, ho passato anni a sbirciare la museografia del Centre Pompidou e soprattutto dei Paesi del nord Europa». «Gli ultimi impegni? Ho ampliato - conclude -la collezione con un settore dedicato al Novecento russo. E sono al lavoro per proiettare il 'Mart' in Europa, per costruire una joint venture con altri musei». Cristina Piacenti - Museo Stibbert di Firenze Il mestiere più bello del mondo La fondazione Stibbert è nata nel 1906, alla scomparsa del gentleman fiorentino Federico Stibbert. Discendente da una famiglia di militari inglesi, educato a Cambridge, finanziere e appassionato d'arte, ha creato nella sua villa ottocentesca una collezione esclusiva di armature (su manichini in gesso e cartapesta montati a cavallo) che va dal 1400 al 1600. In mostra, anche numerosi dipinti di scuola fiamminga, una serie di porcellane e una vasta raccolta di armi islamiche e giapponesi. Il patrimonio, gestito da privati, è stato donato al comune di Firenze. «Il mio mestiere è il più bello del mondo. Ma è anche uno dei peggio pagati -dice Cristina Piacenti, direttore del museo Stibbert -. Mi sono laureata in storia dell'arte al Courtauld Institute di Londra e, dopo aver vinto il concorso a Roma, sono stata per venticinque anni direttrice del Museo degli argenti di Palazzo Pitti. Nel 1997 ero sicura di avere concluso il mio ciclo lavorativo e di potermi dedicare alla grande passione della mia vita: la scrittura di libri d'arte. Mi è arrivata, invece, la proposta di dirigere Casa-Museo Stibbert... e non ho saputo dire di no». «La leggendaria collezione dell'italo-inglese Stibbert si trascinava da più di settant'anni tra sprazzi di luce e cicli di ombre - aggiunge - E lo start alla ristrutturazione delle facciate e dei tetti del palazzo, deciso degli eredi e della città di Firenze, mi è sembrato il segnale di voler rivalorizzare un tesoro sommerso. Così mi sono buttata nella nuova avventura studiando il riassetto degli alloggi e dell'ala museo. L'edificio è lungo trecento metri ed è immerso in un parco all'inglese di quattro ettari con 56 specie botaniche che, per i visitatori adulti e le scolaresche, è l'itinerario nell' itinerario». «Lavoro con uno staff di dieci persone e - conclude - in questi sei anni di restauro, sono nati il bookshop, la caffetteria ed è stata riaperta la biblioteca privata di Stibbert. Curo le mostre annuali con catalogo e sovrintendo i lavori in progress agli appartamenti, alle scuderie, alla limonaia». Lorenza Mochi Onori - Palazzo Ducale di Urbino Io, cacciatrice di tesori Settantaquattro stanze piene di dipinti e di storia. Il Palazzo Ducale di Urbino, dimora del Quattrocento di Federico da Montefeltro, è lo specchio della personalità del suo signore: capitano di ventura ma anche colto mecenate. Dal 1912 è sede della Galleria Nazionale delle Marche che espone una delle collezioni più pregiate d'Italia: opere di Raffaello, Tiziano, Paolo Uccello, Piero della Francesca. «Ho realizzato i miei sogni grazie anche a un pizzico di fortuna - dice Lorenza Mochi Onori, soprintendente alla Galleria Nazionale delle Marche - Negli anni Settanta, infatti, il Ministero per i Beni culturali bandiva regolarmente i concorsi. Dopo la laurea, a Roma, con Giulio Carlo Argan ho puntato diritto alla specializzazione e al pubblico impiego. Il primo incarico? Al Palazzo Ducale di Urbino, come ispettore: tre anni a setacciare il territorio marchigiano per portare a casa tesori nascosti». «Per me, neolaureata, è stato un emigrare dalla filosofia dell'astratto alla realtà più dinamica - continua - Opere da tutelare, affreschi da salvare, pezzi da restaurare. Ho dato la caccia al Rondolino, il falsario per eccellenza di Raffaello, e sulle colline del pesarese ho scoperto sei dipinti». «Nel 1980 sono stata trasferita a Roma - prosegue - alla Galleria nazionale di Palazzo Barberini: prima come curatore poi come direttore, nomina che ho mantenuto fino agli inizi del 2003. Il ritorno a Urbino, come soprintendente del Patrimonio storico delle Marche, mi vede oggi in prima linea nella modernizzazione del museo partita nel 2000 con l'appalto a privati di alcuni servizi aggiuntivi. Ma punto soprattutto sull'offerta culturale: il servizio educativo si è arricchito con laboratori e percorsi a tema sull'intarsio ligneo e sulla ceramica rinascimentale ed è nato un centro bibliotecafototeca per studenti e studiosi della storia e dell' arte del territorio. Partirà, poi, la consultazione attraverso cd dei codici della biblioteca personale del duca: sono più di mille».