Guai a chiamarli tombaroli. «Noi semo archeologi, dottò», dice Pietro Casasanta a Fabio Isman, che lo intervista per il suo saggio I predatori dell'arte perduta. Il saccheggio dell'archeologia in Italia, tra i finalisti al Premio Estense che sarà assegnato a Ferrara il 26 settembre (Skira, 222 pagine, 19 euro, prefazione di Giuseppe De Rita). Casasanta ha passato 55 dei suoi 70 anni a scavare di frodo nei dintorni di Roma, non di notte come tutti ma di giorno per dare meno nell'occhio, e non «banali» necropoli bensì «roba» più fina, ville e santuari, rintracciati studiando le opere di grandi archeologi come Rodolfo Lanciani, «I tombaroli si sentono dei benefattori», ci racconta Isman, giornalista che, dopo aver seguito a lungo cronaca nera e terrorismo per Il Messaggero, ha concentrato la sua attenzione sullo scempio perpetrato nell'indifferenza generale ai danni del patrimonio culturale italiano dal 1970 in poi. Casasanta, che ha imparato a conoscere la campagna romana con suo nonno, un analfabeta che sapeva a memoria l'Eneide e gli mostrava i luoghi del poema, si vanta: «Con tutto quel che ho trovato, mi dovrebbero fare commendatore. Non è colpa mia se le Soprintendenze non sanno dove si deve scavare». Figure pittoresche, i tombaroli, guardati con «indulgenza»: con tutto il ben di Dio che c'è nel sottosuolo italiano siti etruschi, italici, greci, punici, romani, che male fanno se sottraggono qualche vaso o statuette, che anzi potranno essere goduti anziché rimanere nascosti sottoterra o in un deposito di museo italiano? Il fatto è che, come spiega il libro di Isman frutto di due anni di studio di documenti e di 306 interviste, - comincia da personaggi folcloristici come Casasanta la «Grande Razzia» dei reperti archeologici; un saccheggio che in trent'anni ha fatto uscire dall'Italia un milione di oggetti, fra cui capolavori come il Volto d'avorio e il Trapezophoros (entrambi restituiti), l'Atleta vittorioso tuttora al Getty Museum, l'Afrodite e il corredo di argenti dorati provenienti da Morgantina che torneranno nel 2010. Il Volto d'avorio, in particolare, oggi al Museo Nazionale Romano, è un oggetto d'oro e avorio senza eguali. I tombaroli sono la manovalanza da cui si diparte un'industria gigantesca che ha coinvolto decine di migliaia di persone, dai tombaroli agli intermediari locali e intérnazionali, dai grandi mercanti a insigni curatori di musei stranieri, da blasonate case d'asta a rispettabili collezionisti (anche Maria Callas si macchiò di un acquisto illecito), fino a personaggi in odore di mafia. «L'archeologia clandestina è infinitamente più redditizia della droga e garantisce l'impunità - ci spiega Isman -. La droga passando di mano in mano non aumenta di valore, come i reperti antichi, da sessanta a più di cento volte. E non c'è un solo tombarolo o intermediario in galera: i loro reati quando vengono scoperti sono già caduti in prescrizione, e al massimo si fanno sei mesi di carcere preventivo come Casasanta e il siciliano Gianfranco Becchina, grande mercante oggi sotto processo il cui deposito a Basilea, dove aveva anche aperto un negozio di antichità, conteneva più di 4.000 oggetti ora tornati in Italia». La Svizzera ospitava pure, a Ginevra, il «porto franco» di Giacomo Medici. Anche lui ebbe a che fare col famoso Cratere di Eufronio restituito all'Italia nel 2008? «Questo splendido vaso di fattura greca del VI secolo a.C. rinvenuto a Cerveteri nel 1971 passò quasi sicuramente per le mani del signor Medici, di recente condannato in appello a otto anni di carcere, dieci milioni di euro di provvisionale da versare allo Stato per i danni arrecati al patrimonio e in più la confisca dei suoi beni. Lui lo vendette al mercante Robert Hecht che a sua volta lo cedette nel '72 al Metropolitan Museum per un milione di dollari. Fu il primo oggetto pagato una cifra simile da un museo e diede il via alla Grande Razzia, perché per concorrenza il Getty Museum di Los Angeles si scatenò fino a possedere, secondo un suo stesso rapporto, 350 oggetti clandestini italiani. Ne ha restituiti 50, gliene rimangono 300. Quanto alla Svizzera, vi si trovano ancora depositi importanti. Per esempio il più grande dei mercanti, Robin Symes, ormai fallito, aveva 40.000 reperti di cui forse un quarto italiani, per un valore stimato dai giudici inglesi di 160 milioni di euro, sparsi in 33 depositi in giro per il mondo». Ma con la Svizzera, come con altri Stati, non è stato firmato un accordo? «Certo, e le cose sono molto migliorate. Gli ultimi dieci anni di attività diplomatica internazionale e di indagini dei carabinieri del Comando per la tutela del patrimonio culturale e di un manipolo di agguerriti giudici hanno convinto alcuni grandi musei stranieri a darsi una regola. In qualche Paese, fra cui l'Inghilterra, le leggi sono diventate più severe. Di grandi mercanti ne rimangono in attività solo due o tre, la maggior parte dei mediatori sono stati scoperti, Symes ha fatto bancarotta, Sotheby's, già regno del riciclaggio, non tiene aste di archeologia». Di strada da fare, però, ce n'è ancora tanta. «Sì, troppi musei e Paesi, come la Danimarca, non hanno fatto accordi né restituzioni; per ogni oggetto ritrovato ce ne sono altri 40 trafugati noti, più quelli ignoti; l'immensa collezione del boliviano Gèorge Ortìz, ex-re dello stagno a Ginevra che acquistava tombe intere piene di tesori, è conosciuta solo in parte; il Museo Miho a Kyoto, progettato da Pei e costato 750 milioni di dollari, è tutto fatto con oggetti clandestini, di cui 250 italiani; se di 40.000 reperti scavati, ricettati, contrabbandati, venduti illecitamente abbiamo notizia grazie agli accurati archivi di fotografie e fatture tenuti da Becchina e Medici, di moltissimi altri si è persa ogni traccia».