Nella gestione dei servizi museali (bookshop, caffetterie,ristoranti, strutture di accoglienza, merchandising) la concorrenza latita. Per salvaguardarla occorrerebbe scegliere i concessionari dei servizi «mediante gare svolte secondo criteri selettivi trasparenti e non discriminatori nonché con adeguata pubblicizzazione. Ciò anche in assenza di obblighi di legge che impongano lo svolgimento di gare a evidenza pubblica». Ad affermarlo è l'Antitrust con una segnalazione anticipata dal Sole 24 Ore di lunedì 17 agosto pubblicata ieri e inviata al diretto interessato, il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi. L'intervento dell'Autorità, innescato da una denuncia di Confcultura, l'associazione che riunisce una parte dei gestori privati dei servizi museali, cade in un momento difficile per i punti di accoglienza nei luoghi d'arte. In gran parte, infatti, si tratta di concessioni ormai scadute da tempo (anche da anni) e che ora si trovano in regime di proroga, talvolta tacita. Le poche gare bandite per rinnovare le gestioni sono finite annullate o si trovano nelle mani dei giudici amministrativi. I rilievi dell'Antitrust assumono, pertanto, ancora più peso, visto che come ha ribadito anche ieri il direttore della valorizzazione, Mario Resca ci sono all'orizzonte le nuove regole che il ministero sta predisponendo per far uscire i servizi museali dall'impasse. L'Authority punta il dito, in particolare, sui servizi affidati senza gara, come è accaduto in Campania con la Scabec, la società ad hoc costituita nel 2003 dalla regione (che detiene il 51 del capitale). È necessario «scongiurare sottolinea a tal proposito l'Antitrust che si creino situazioni di monopolio o di ingiustificato vantaggio competitivo a favore di imprese che, grazie alla proprietà pubblica delle stesse, potrebbero essere avvantaggiate nell'assegnazione dei servizi aggiuntivi in musei e siti anch'essi di proprietà pubblica». Si deve, pertanto, garantire «parità di condizioni di accesso». Inoltre, poiché la gestione imprenditoriale è preferibile all'intervento diretto dello Stato, che non ha strumenti e risorse adeguate, agli operatori privati dovrebbe anche essere riservato «un ruolo attivo nell'individuazione del modello di sviluppo» di questo business.