I l dibattito su Bassolino sindaco, quando mancano oltre venti mesi alle comunali, né l'interessato ha finora posto alcuna autocandidatura, suona piuttosto surreale. Discutibile, soprattutto, è l'idea implicita del deus ex machina . C'è aria da 24 luglio, nella tendenza di una parte del Pd a identificare il rinnovamento con l'uscita di scena del governatore. E c'è aria da Salò, nell'opposta ipotesi di una discontinuità costruita dallo stesso Bassolino. In un modo o nell'altro, viene impropriamente semplificato il carattere complesso di un sistema di governo che copre ormai sedici anni e vede come protagonisti, accanto al leader carismatico, i De Mita, i Mastella, i Migliore, i Pecoraro. Ma non solo. Come capita durante le ultime fasi dei regimi, quel dibattito sembra ignorare che grandi responsabilità, nella tenuta dell'onnivora macchina di potere, ha avuto l'intellighenzia napoletana e che nulla cambierà, con o senza Bassolino, se anche su questo piano non si volterà pagina. Il bassolinismo è stato anche un grande fenomeno di egemonia che, appoggiandosi a istituzioni e personalità della società civile, ha potuto influenzare l'opinione pubblica con linguaggi culturali, prima ancora che politici. Mostre e musei, teatri e concerti, forum e pubblicazioni hanno scandito l'intera stagione del centrosinistra, veicolando l'immagine del Rinascimento e della «capitale della cultura » e legittimando costose operazioni come la «metropolitana dell'arte». Il fatto è che quella cultura magari di alto livello viveva all'ombra del potere politico, godeva di rapporti privilegiati con il principe, dipendeva spesso da sovvenzioni pubbliche. Il che spiega perché i chierici napoletani non siano mai stati particolarmente critici nei confronti del bassolinismo e la loro egemonia sia diventata un messaggio conformista. Grandi Vecchi di tradizione umanistica, rettori, artisti, letterati, uomini di spettacolo hanno finito per impacchettare anche le scelte peggiori degli amministratori pubblici nei ragionamenti della cultura d' élite o con i nastrini della cultura pop. Protetta dalla politica, la cultura si prendeva il lusso di vivere al di fuori del mercato e di conseguenza dall'università all'editoria, dallo spettacolo all'attrattività turistica perdeva punti nella competizione nazionale e internazionale. Ebbene, ora che sulla città dell'arte è caduta la mannaia dei rifiuti e del crac amministrativo, appare francamente troppo poco o troppo furbo chiedere la testa del re. Anche quando Bassolino uscisse di scena, Napoli avrebbe comunque bisogno di ricostruire le proprie élite culturali e di riempire uno spazio critico e innovativo, che nel tempo si è molto rarefatto. E naturalmente, poiché il problema è stato in questi anni la promozione intellettuale per meriti politici, non basterà sostituire ai talenti della sinistra i talenti della destra. Al contrario, la politica dovrà abituarsi a restare fuori dalla cultura. Questa città ha bisogno non soltanto di nuovi amministratori, ma anche di un'intellighenzia valorizzata per il merito e non per la tessera, ovvero più libera.
NAPOLI: non basta un cambio politico. Discontinuità culturale
Il dibattito sulla figura di Bassolino sindaco, che manca di autocandidatura, sembra essere un esempio di "deus ex machina". Una parte del Pd vuole identificare il rinnovamento con l'uscita di scena del governatore, mentre un'altra ipotesi vuole una discontinuità costruita da Bassolino stesso. Tuttavia, il sistema di governo napoletano è complesso e non si può ignorare l'intellighenzia napoletana che ha contribuito alla tenuta dell'onnivora macchina di potere. Il bassolinismo è stato un grande fenomeno di egemonia che ha influenzato l'opinione pubblica con linguaggi culturali.
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