Il fenomeno Rialto e la Fontana di Trevi a Las Vegas sono ispirati al teorico post-moderno Robert Venturi Gli obiettivi Si ripetono opere a fini divulgativi, per proteggere l'originale o per vendere la suggestione di mondi lontani La «riproducibilità tecnica» ormai non ha più limiti Accanto all'Eiffel cinese ecco il Caravaggio attira-turisti P er i teorici dell'arte lo spartiacque è il 1936: in quell'anno Walter Benjamin teorizzò l'avvento di una nuova era per l'arte, quella della sua «riproducibilità tecnica». Un'arte espressione della società, fatta di opere riproducibili ed identiche, come pellicole cinematografiche e oggetti di design, che poteva affrancarci dalla millenaria comprensione dell'opera d'arte come «oggetto» unico e irriproducibile, quasi «medium spirituale » tra noi e il trascendente. Ma riprodurre su larga scala opere nuove è cosa diversa dal riprodurre per «clonazione» opere esistenti e pensate all'origine come uniche con la lora aura di autenticità , al fine di renderle disponibili in forma «clonata» a un più vasto o diverso pubblico. Questa operazione, che può avere finalità divulgative, di protezione dell'originale (come mettere a disposizione il microfilm anziché il manoscritto) oppure anche remunerative ed edonistiche, sta sviluppandosi come fenomeno. Esito di una postmodernità coniugata con gli avanzamenti tecnologici, il vento impetuoso della clonazione di ambienti, affreschi e quadri spira su tutti i continenti. Una delle ultime segnalazioni del-l'estate riguarda i 45 milioni di euro pronti per realizzare il doppione della grotta di Chauvet, primo gioiello dell'arte paleolitica (con graffiti di 32 mila anni fa), per «non rovinare l'originale». Un'altra fonte segnala che le autorità di Zhaoqing (una cittadina non lontana da Canton, dove dimorò per vari anni padre Matteo Ricci) avrebbero intenzione di ricostruire la casa che il Ricci edificò in stile europeo a partire dalla descrizione lasciata in alcuni suoi scritti: due piani (la prima in Cina), quattro stanze per ciascun livello, una sala come chiesa e una veranda. Niente di nuovo se uno pensa che la cosiddetta «Torre del Filarete» del Castello sforzesco di Milano venne realizzata nel 1900 da Luca Beltrami sulla base di disegni lasciati dal maestro rinascimentale. Ma queste sono solo le nuove proposte di una tendenza che ha già dato risultati sui quali riflettere. Senza pretese di catalogazione critica, le esperienze sono state diverse. La riproduzione del ponte di Rialto e del Palazzo Ducale di Venezia, nonché della Fontana di Trevi negli alberghi di Las Vegas (il The Venetian e il Caesars Palace) sono esempi post-moderni ispirati al teorico dell'arte Robert Venturi, secondo il quale l'architettura, per essere notata, deve riprodurre celebri elementi figurativi. A Yamoussoukro, dal 1983 capitale della Costa d'Avorio, tra strade semideserte ad otto corsie e la giungla si raggiunge la Basilica di Nostra Signora della Pace, una copia della Basilica di San Pietro leggermente più alta. Questo clone è la basilica più alta (120 metri) della cristianità, in un Paese in cui il cristianesimo non è la religione più osservata. Una bizzarria a fini devozionali. Un'altra bizzarria, ma a fine estetico- edonistici o politici, è la copia in scala 1:1 della Rotonda di Vicenza di Palladio a Nablus, in Cisgiordania. È stata fatta costruire sulla sommità della collina di Gerizim da Munib al Masri, un ricco uomo d'affari palestinese. Si trova a 300 metri dal checkpoint israeliano e fu realizzata («secondo i disegni originali di Palladio», precisa il proprietario) durante la seconda Intifada. L'ha chiamata The House of Palestine. Rientrano nella sfera della riproduzione artistica a fini divulgativi (estetici o turistici) altri esempi. In questo campo non potevano mancare i giapponesi: è loro la riproduzione della Cappella Sistina all'Otsuka Museum of Art, un museo interamente di copie, una sorta di tempio della clonazione artistica. Oltre alla Sistina sono clonate la Cappella degli Scrovegni di Giotto di Padova e la Villa dei Misteri di Pompei. Un comitato di storici decide ogni anno le opere da riprodurre integralmente in ceramica. Si sa che per la cultura taoista la copia non genera lo sgomento che proviamo in Occidente: anche i «veri» templi taoisti vengono periodicamente ridipinti o ricostruiti. E a Tokyo la torre delle telecomunicazioni è una Torre Eiffel leggermente più bassa, come quella che sorge dal 2007 a Tianducheng, la «città del cielo» costruita a 200 chilometri da Shangai per ospitare circa 100 mila cinesi del ceto medio- alto. Ma in Italia, clonare un patrimonio diffuso come quello ambientale e artistico del Belpaese, anziché spendere per la conservazione dell'originale, è operazione discutibile. I due casi più recenti, uno realizzato e uno proposto, sono quelli della clonazione delle «Nozze di Cana » di Veronese effettuata dalla Factum Arte di Adam Lowe nel refettorio di San Giorgio Maggiore a Venezia e la proposta del Comune di Caravaggio di ricostruire nel paese omonimo un clone della cappella di San Luigi dei Francesi (Roma) che conserva le tre tele (quelle su San Matteo) del Merisi. La prima si configura come un'operazione ricostruttiva del refettorio palladiano, dal quale la tela originale del Veronese fu strappata da Napoleone (ora è al Louvre). La seconda come omaggio, un po' attira-turisti, al Merisi da parte del paese che credeva avergli dato oltre al nome anche i natali. Alcuni direttori di musei, anche sentiti dal critico Paolo Serafini per il Giornale dell'arte , hanno espresso generale assenso quando il clone va a completare contesti monumentali «perduti o smembrati», e purché dichiarato in quanto tale. Ma in generale destano perplessità altre finalità. Cornelia Syre, curatore di Pittura italiana alla Pinakothek di Monaco, ritiene che «una riproduzione, per quanto buona, sia considerevolmente diversa rispetto all'originale e che nelle mostre non sia legittimo presentare cloni in alternativa agli originali ». Philip Rylands, direttore del Peggy Guggenheim di Venezia, lascia qualche spazio: «In mostra si possono sostituire con la copia disegni o opere su carta, non sculture e quadri».